Dott. Giovanni Marcadella
Direttore dell’Archivio di Stato
di Vicenza e Bassano, curatore della mostra Ezzelini.
Signori della Marca nel cuore dell’Impero di Federico
II, tenutasi a Bassano del Grappa dal 16 settembre
2001 al 6 gennaio 2002.
Ho letto con interesse il romanzo, cui dedicherei volentieri
un titolo diverso. E’ avvincente, stimolante nella
sua impostazione demandata ad un racconto, in cui gli
argomenti del mito e le indagini storiche risultano
ben equilibrati. La memoria viva di Erofile e le sue
storie serali, intriganti e piene di attesa, di calore,
di “patos”, acquistano il sapore di ben
più moderni “filò”; ne hanno
il clima e la suggestione.
Di Ezzelino si disse ogni peggior cosa. Egli dovette
pagare il conto pieno dell’avversione all’Impero
che città, domini, privilegi personali e familiari,
forze corporative e, sopra e più di tutti, la
Chiesa, non erano riusciti ad esprimere nei confronti
di Federico II. E furono proprio gli interventi papali
(di Innocenzo IV e poi di Alessandro IV) a creare gli
strumenti adatti a dar vita alla leggenda ezzeliniana
nei suoi aspetti più negativi. Ezzelino, il più
grande e forte alleato di Federico, rivestì pienamente,
forse anche suo malgrado, l’idea dell’Impero
e divenne il segno vivente da cancellare, il male da
respingere. A diffondere poi la leggenda ci pensarono
i predicatori (gli ordini mendicanti), sguinzagliati
sul territorio della Marca Trevigiana e nelle città
confinanti. Ne ripresero i temi i cronisti, che tra
la seconda metà del Duecento e nel successivo
secolo dedicarono innumerevoli spazi ad Ezzelino e alle
sue violenze. Dante e Mussato completarono l’opera
tratteggiando a fosche tinte la figura del Tiranno.
La narrazione dell’autrice va ad esplorare argomenti
che la letteratura, in forma di racconti talora storici,
il più delle volte fantasiosi o provocati ad
arte, ci ha tramandato e li tratta alle loro radici,
ne sviscera i contenuti e ne esplora le ragioni. E’
così che il mito ezzeliniano, tanto vivace in
tutte le diverse epoche della storia ed ancor oggi presente
in ambienti che non sono soltanto quelli domestici,
trova una ragione in più per essere compreso,
amato e tramandato. E questa è un’iniziativa
che in fondo mi piace, che piace a tutti coloro che
le vicende ezzeliniane e della Marca Trevigiana in quel
frangente di Medio Evo, hanno veramente nel cuore. Non
interessa, in fin dei conti, il riscatto storico del
personaggio, nè del periodo, ma l’esplorazione
attenta – per quanto la “damnatio memoriae”
ci consente – delle testimonianze rimaste e del
loro significato, per poi ritornare con affetto ingenuo
a rivivere i tempi del mito, anche quelli negativi.
Trovo che lo sforzo dell’autrice di questo romanzo
s’avvicini molto a quello dei curatori della mostra
ezzeliniana, tenutasi a Bassano del Grappa proprio in
questi mesi. Ezzelino III seguiterà ad essere
il tiranno feroce; i suoi uomini compariranno per sempre
come «i lupi di Ezzelino»; «le zilie»
non smetteranno di essere le più atroci prigioni
che la storia abbia conosciuto ed anche Pietro Gerardo
continuerà forse a restare nell’ambiguità,
sospeso tra storia e leggenda, ma tutto questo ora non
lascia più nel dubbio, meno che meno nell’incoscienza.
Chissà poi se, senza più ombre, né
paure, il mito ezzeliniano avrà ancora la forza
per continuare a vivere?
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