Quando chiesi il
suo nome nessuno seppe rispondermi. Quella vecchia
non aveva più un nome. Il suo viso era segnato da
solchi così profondi che si confondevano fra loro,
i capelli erano radi e bianchissimi, le labbra sembravano
un taglio nella corteccia di un albero, ma gli occhi
scurissimi scintillavano accesi da un fuoco che ardeva
da dentro. Il suo corpo era minuto e ricurvo e per
tutto il tempo che passai, incantato, ad ascoltare
la sua voce pacata e profonda, vidi che le sue mani,
incessantemente, intrecciavano dei fili di seta.
Era l’inverno del 1273; la mia famiglia mi aveva mandato
a studiare diritto a Padova, ma la mia passione per
le storie d’altri tempi mi aveva portato fino alle
porte di Vicenza a casa di una vecchia che si diceva
avesse conosciuto almeno quattro delle generazioni
dei signori di Bassano. Molti pensavano fosse una
strega e cercavano di impedire ai bambini di andare
ad ascoltare le sue storie ma il suo modo di raccontare
era così appassionante e misterioso che anche i giovinetti
e molti adulti non potevano trattenersi dall’ascoltarla
incantati. Anche per questo era spesso stata sottoposta
alle indagini dell’inquisizione che, stranamente,
non aveva mai voluto incriminarla.
La mia curiosità di giovane era stata talmente stuzzicata
dagli amici e compagni di studio che decisi, in una
splendida mattina di dicembre di partire per andarla
a conoscere. Il sole era alto nel cielo, l’aria invernale
era fredda e secca e la nebbia quel giorno non aveva
ancora posato la sua coperta ovattata sui campi imbiancati
di neve. Il mio cavallo procedeva lentamente ed io
cercavo di immaginarmi come sarebbe stato l’incontro,
cosa avrei potuto dirle, quali domande le avrei fatto...
Arrivai a Vicenza all’ora dei vespri e mi diressi
verso la casa di un mio vecchio compagno di studi
che, dopo l’improvvisa morte del padre, aveva dovuto
occuparsi degli affari della famiglia. Gli avevo anticipato
la mia venuta con una lettera e quando arrivai a casa
sua, lo trovai ad aspettarmi. Passammo la sera e il
giorno seguente a ricordare i vecchi tempi e quando
fu ora di andare ad ascoltare la vecchia mi accompagnò
lui stesso.
Tutti i giorni, più o meno alla stessa ora, la vecchia
raccontava una storia e moltissimi erano coloro che
si affollavano nella sua piccola casa. Quando arrivammo
c’erano già parecchie persone che chiacchieravano
davanti alla sua porta aspettando di entrare. Nel
cortile i bambini giocavano con la neve rincorrendosi
e gridando ma, quando una minuta figura vestita di
nero si affacciò sulla soglia aprendo la porta, smisero
di colpo ed entrarono veloci per andare a sedersi
accanto al fuoco. Gli adulti portavano solitamente
dei doni e anche il mio amico ed io avevamo qualcosa:
un cesto di castagne. Come gli altri posai il cesto
sul tavolo e mi diressi in un punto della stanza un
po’ in penombra anche se non molto lontano dal fuoco.
La vecchia si sedette su una piccola sedia in mezzo
ai bambini, salutò qualcuno e poi girò gli occhi verso
di me. Credetti che mi avesse confuso con qualcun
altro e feci finta di niente.
- Ti stavo aspettando - disse. Non sapevo che cosa
rispondere. Ancora una volta pensai che si stesse
sbagliando.
- Sto parlando proprio con te, con te Pietro Gerardo!
Quando sentii pronunciare il mio nome ebbi un brivido.
Come poteva sapere chi ero? Come poteva sapere il
mio nome se non mi aveva mai visto e nessuno dei presenti
tranne il mio amico mi conosceva?
- Ti stavo aspettando. Sarai tu a raccogliere la mia
testimonianza, sarai tu a raccontare le grida di dolore
di queste terre e quando il tuo lavoro sarà finito
io, finalmente, potrò riposare in pace. Vieni, siediti
qui accanto a me e ascolta attentamente.
Ognuno dei presenti mi guardava con curiosità e timore,
i bimbi si spostarono un po’ e mi fecero spazio, io
andai a sedermi dove mi aveva indicato la vecchia.
“Molto
tempo fa - cominciò allora la vecchia - molto tempo
fa, un uomo alla fine dei suoi giorni piangeva. Sì,
sul suo letto di morte egli piangeva.
Non era la paura dell’ormai prossimo incontro con
Colui che tutti giudica, la sua coscienza non era
turbata dalle azioni ch’egli aveva compiuto durante
la sua lunghissima vita... qualcos’altro pungeva il
suo animo.
Il suo cuore pulsava così forte da parere dentro la
testa e non nel petto, un orrendo presagio gli lacerava
l’anima; gli sembrava d’aver la gola stretta da un
nodo scorsoio. Non riusciva a parlare né a muoversi
e le palpebre erano bagnate da lacrime che non poteva
arrestare.
Quel vecchio rugoso e malato vedeva tutto ciò per
cui aveva lottato e tutto ciò in cui aveva creduto
finire rovinosamente distrutto dalle mani di coloro
che egli stesso aveva generato. Quando aprì gli occhi,
vide sua moglie. Accennò un sorriso che sembrava una
smorfia poi, finalmente, riuscì a parlare.
- Ricordo - disse con quella voce calda e suadente
che lo aveva sempre caratterizzato- ricordo quando
sono arrivato in questo paese dall’aria dolce e profumata...
Ero con il mio signore, combattevo per lui e ne andavo
molto fiero. Egli era giusto e forte come deve esserlo
un Imperatore. Sua madre, la principessa Teofano,
gli aveva dato un’eccellente educazione bizantina
ma il suo modo d’essere era stato largamente influenzato
dal dottissimo Gerberto d’Aurillac... Acqua! Portatemi
dell’acqua! Mi sento la gola bruciare! Assumendo simbolicamente
il nome di colui che aveva collaborato con l’Imperatore
Costantino, Gerberto divenne papa Silvestro II. Ma
il mio signore, il grande Ottone III, aveva dei nemici
che volevano distruggerlo; fu costretto a ritirarsi
da Roma, vide infrangersi i suoi sogni di costituire
un impero universale e si spense con loro. Io non
volli tornare in Germania. Avevo avuto il titolo di
conte e dei territori in Italia dal mio signore...
Mi innamorai di quelle terre tra il Piave e il Brenta
che mi erano state concesse. Ho molti amici a Padova
ma il cuore mi si stringe al pensiero dei loro figli
nemici dei miei; sento che le terre che amo saranno
devastate, il mio nome bestemmiato, la carne della
mia carne lacerata dai cani e la mia memoria ripudiata!
Ancora una volta Troia crollerà in ginocchio a causa
di un’Elena bellissima! Vorrei non sapere, non sentire,
non essere mai venuto in Italia né - urlò furiosamente
lanciando un’occhiata piena d’odio a ciò che restava
di quello che un tempo era stato il fertile ventre
della moglie - aver mai dimorato nel tuo ventre maledetto!
Gli astrologi gli avevano preannunciato una progenie
portatrice di disgrazie e un seme che avrebbe flagellato
le sue terre... La sua mente offuscata dagli anni
e dal dolore non conosceva più il presente, il passato
era stato la sua vita e il futuro sarebbe stato così
terribile che la morte gli pareva soltanto un sollievo.
Bevve. Ma il fiele delle sue visioni si mescolò con
l’acqua che gli avevano portato. Il cuore di Ezzelino
il Tedesco cessò di battere ma nei suoi occhi, per
molto tempo ancora, qualcuno credette di veder scorrere
lacrime abbondanti.
Suo figlio, Ezzelino il Balbo, così soprannominato
per un difetto di pronuncia, gli strinse le mani prima
di allontanarsi; diede disposizioni per le esequie
ma la sua attenzione fu quasi immediatamente richiamata
dalle urla che venivano dalla stanza di sua moglie
Auria.
A volte le coincidenze sembrano così incredibilmente
irreali da crederle soltanto frutto dell’immaginazione
degli uomini, ma quella notte di delirio e di dolore
sembrò davvero segnare per sempre il corso degli eventi.
Le allucinazioni del vecchio Ezzelino il Tedesco erano
così forti da poter essere respirate attraverso l’aria
scura e pesante del castello, esse erano così devastanti
da insinuare un odio crudelissimo nel cervello di
chiunque ne fosse stato contaminato.
Due anime parvero toccarsi quella notte; l’una affranta
e angosciata usciva da un corpo ormai vecchio e consunto
l’altra, mentre entrava nelle membra di un bimbo,
ne fu forse sfiorata e da questa segnata per sempre.
Il cielo si chiudeva plumbeo sulla casa del vecchio
morente e soltanto quando questi esalò il suo ultimo
respiro un vagito, risuonò come un urlo di ghiaccio
nelle stanze fredde e deserte del castello d’Onara.
Ezzelino il Balbo, forse in onore del padre morto
proprio in quel giorno o forse spinto dalla mano del
fato, volle che anche il suo unico figlio maschio
fosse chiamato Ezzelino. La madre del bimbo, per qualche
bizzarro motivo, aveva invano tentato di dissuaderlo
da quel proposito, cercando di proporre per il figlio
il nome del proprio padre, Riccardo da Baone, ma poco
poté contro un tragico destino una donna straziata
da un parto violento e crudelmente lacerata da un
presagio nefasto”.
La vecchia smise di parlare colta da un forte attacco
di tosse. Qualcuno dei presenti le portò un po’ d’acqua
e la tosse si calmò un poco. Passarono alcuni minuti
prima che riprendesse il racconto ma nessuno osò fiatare
o muoversi durante l’attesa.
“Passarono gli anni -, ricominciò - passarono gli
anni ed il cielo sinistro di quella notte terribile
sembrò essere sparito per sempre fin quando un fatto
da nulla in un giorno di gioia fece nuovamente trasalire
l’anima di donna Auria.
Era il giorno delle nozze di Cunissa da Romano, anch’essa
figlia di Ezzelino il Balbo il quale possedeva, oltre
al feudo di Onara, anche quello di Romano più ricco
e importante del primo e del quale lui e i suoi discendenti
presero il nome. Cunissa era una giovane graziosa
e mite che aveva da sempre sognato un matrimonio d’amore
ma, come spesso in queste nobili famiglie, fu suo
padre a decidere. Fu donata in sposa al ricchissimo
Tiso da Camposanpiero, un nobile molto conosciuto
e rispettato sia nel padovano che nel veronese dove
possedeva feudi importanti. Il Balbo aveva cercato
di dare la figlia ad un uomo non troppo vecchio benché
ricchissimo e quando Cunissa lo vide per la prima
volta, forse temendo di trovarsi di fronte un uomo
dell’età di suo padre, sembrò soddisfatta di vedere
un giovane dai modi gentili di poco più vecchio di
lei. L’unione fu un’unione felice e da essa nacquero
due figli: Gerardo e Tiso Novello da Camposanpiero.
Il giorno delle nozze dunque, mentre attraversava
il portale della cattedrale lasciando dietro di sé
tutti i mostri creati dal maligno e plasmati come
monito nella pietra, Cunissa si sentiva quasi felice,
appoggiata al braccio del padre varcava col suo splendido
abito quella soglia che avrebbe per sempre e indissolubilmente
legato il suo ventre al destino cruento della sua
famiglia.
Tutti i nobili di quelle terre erano al suo cospetto,
invitati inconsapevoli della tragedia che li avrebbe
devastati quand’ecco il presagio. Cunissa non aveva
ancora percorso per intero la prima campata che la
collana che si avvolgeva ai suoi capelli si ruppe
lasciando cadere ogni perla. I suoi occhi si riempirono
di lacrime, Auria si sentì mancare e con la mente
tornò alla notte in cui nacque Ezzelino, riprovò i
dolori del parto, ma fu un attimo, il figlio la sostenne
e quando si riebbe Cunissa era già all’altare.
Anche il fratello di Cunissa, Ezzelino, dopo qualche
anno decise di sposarsi e scelse come moglie Agnese,
sorella del marchese Azzo d’Este che allora aveva
feudi nel padovano. Ma Agnese era debole di costituzione
e dopo appena un anno di matrimonio, mentre era in
procinto di dare alla luce il suo primo figlio, morì
portando con sé il bambino. Ezzelino volle allora
risposarsi per avere degli eredi ma la moglie che
suo padre gli aveva scelto, una sorella di Deslemanino
de Deslemanini di Padova, per quasi un mese aveva
cercato di evitare il letto del marito adducendo le
scuse più strane e quando Ezzelino, con la forza la
costrinse a giacere con lui, si accorse che non era
più vergine e la ripudiò”.
Qualcuno mise un po’ di legna sul fuoco, le braci
scoppiettarono sotto il peso dei nuovi tronchi da
ardere e la vecchia si distrasse un momento. Uno dei
bambini le stava tirando il grembiule pregandola di
continuare e così, riprese a parlare.
“Dopo alcuni anni accadde che, ad Albano, morì Manfredo
da Baone, cugino del padre di Auria, reputato da molti
l’uomo più ricco di tutta la Marca Trevigiana. Manfredo
aveva lasciato come sua unica erede la figlia Cecilia
la quale aveva appena sedici anni ma la cui bellezza
già era divenuta proverbiale. Si diceva in giro che
la sua pelle fosse bianca e liscia come l’avorio,
profumata come un fiore di gelsomino e così luminosa
da far scomparire la perla che usava far ricadere
sulla fronte quasi a sfidarne il chiarore. Contornati
da ciglia lunghissime i suoi occhi erano così grandi
e verdi da far affogare anche il nuotatore più esperto,
le sue labbra d’un rosso rubino parevano disegnate
dal pennello del più grande dei maestri e i suoi biondi
capelli intrecciati sembrava volessero sfiorarle le
spalle come caldi raggi di sole.
Il suo tutore era un certo Spinabello, un fedelissimo
di Manfredo il quale aveva promesso al suo padrone
di prendersi cura di Cecilia e di trovarle un marito
degno del suo nome e della sua ricchezza. Spinabello
pensò di proporre il matrimonio a Gerardo di Camposanpiero
il quale, oltre ad essere ricco e nobilissimo, era
giovane e d’una bellezza mai vista. Cecilia lo aveva
conosciuto ad una funzione pasquale ed egli sapeva
che se ne era invaghita.
Spinabello decise d’andare dal padre del giovane,
Tiso da Camposanpiero, per parlargli d’un eventuale
matrimonio con la propria pupilla. Quando Spinabello
arrivò al castello fu accolto con grande onore e,
dopo un lauto banchetto, fu invitato da Tiso a passeggiare
con lui in giardino. Era una splendida giornata di
sole e dopo aver lungamente chiacchierato della bellezza
delle piante centenarie e degli animali che Tiso poteva
vantare nel suo giardino, finalmente si fermarono
e si sedettero all’ombra d’un enorme salice piangente
dove Spinabello propose il matrimonio di Cecilia con
Gerardo.
Tiso sperava di sentirsi fare quella domanda! Sua
moglie Cunissa lo aveva immaginato non appena aveva
visto Spinabello varcare la soglia del castello ed
ora Tiso ne aveva finalmente avuta la conferma. Cecilia
era molto ricca e non era la prima volta che sentiva
parlare della sua bellezza, sapeva persino che suo
figlio Gerardo ne era rimasto abbagliato. Decise però
di temporeggiare... mai fece errore più grande. -
Mio figlio - disse con tono pacato - si trova nel
Friuli per alcuni affari che la nostra famiglia ha
da quelle parti, tornerà di qui a otto giorni e fino
ad allora non potrò sapere il suo parere al riguardo.
Spero vogliate attendere fino a quel momento.
Spinabello si ritenne soddisfatto e prese congedo.
Tiso dopo aver indugiato ancora qualche istante in
giardino, rientrò al castello, prese il cavallo e,
spronandolo al galoppo, si diresse verso il castello
da Romano per chiedere consiglio al suocero Ezzelino
il Balbo.
Arrivò al castello la sera stessa e fu invitato a
restare per la cena. Soltanto durante il banchetto
Tiso trovò il modo di confidarsi col suocero che gli
era seduto accanto.
- Temo - disse - di dovervi chiedere consiglio su
una proposta che mi è stata fatta questo pomeriggio.
Si tratta di una proposta di matrimonio per Gerardo.
Come sapete Manfredo da Baone è morto e sua figlia
Cecilia è in età da marito... Così Spinabello è venuto
a chiedermi di combinare il matrimonio tra mio figlio
e Cecilia.
- Gerardo cosa ne pensa? -chiese in tono affabile
il Balbo.
- Beh, so che ha visto la ragazza una volta a messa
e ne è rimasto affascinato, ma non sa ancora niente
di questa proposta perché si trova in Friuli e tornerà
solo fra otto giorni. Spinabello mi ha concesso tempo
fino ad allora.
Ezzelino il Balbo non rispose subito, ma i suoi occhi
avevano assunto l’espressione astuta e maliziosa di
una vecchia volpe e solo dopo qualche secondo di riflessione
si decise a parlare.
- Tiso, mio caro figliolo, questa è una decisione
molto importante, è vero che la ragazza è estremamente
ricca ma prima si deve chiedere a Gerardo cosa ne
pensa. Credo si debba riflettere bene, quando tornerà
tuo figlio dal Friuli gli faremo la proposta e vedremo
quale sarà la sua reazione. Ma adesso basta, vieni
brindiamo alla splendida gioventù dei nostri figli!
Il banchetto si protrasse fino a notte inoltrata e,
poiché sarebbe stato pericoloso galoppare nel buio
senza scorta dopo una serata in cui si era bevuto
e mangiato un po’ troppo, premurosamente il Balbo
volle che, quella notte, Tiso restasse al castello
e così gli fece preparare le stanze che un tempo erano
state di Cunissa.
La notte trascorse tranquilla e il mattino seguente
Tiso partì di buon’ora per poter andare a far visita
ad un suo vecchio amico prete che si era ritirato
in un’antica badia di campagna.
Ezzelino il Balbo vide dalla finestra della sua stanza
il genero che montava a cavallo e si allontanava e
non appena questi non fu che fu un puntino lontano
nella nebbia del mattino chiamò uno dei suoi uomini
più fidati e gli ordinò di portare un suo messaggio
a Spinabello. Di nuovo alla finestra, osservò il suo
messo partire e quando anch’esso sparì nella nebbia
gli sembrò di risentire i singhiozzi del padre; credette
d’aver sentito i rumori che il vento creava passando
attraverso le feritoie delle torri, credette d’aver
immaginato. Ma tutti nel castello dissero d’aver udito
qualcuno piangere.
Il messo arrivò da Spinabello e gli riferì il messaggio.
Era una proposta di matrimonio, Ezzelino il Balbo
chiedeva la mano di Cecilia per suo figlio Ezzelino
che, anche se era di parecchio più vecchio di lei
poteva offrirle una vita lussuosa e piena d’amore,
poiché avendola vista un giorno in chiesa se ne era
perdutamente innamorato. Naturalmente il vecchio Ezzelino
aveva esagerato, ed aveva persino voluto rubare i
sentimenti del nipote per regalarli a suo figlio il
quale però, fu informato della cosa soltanto il giorno
seguente. Spinabello gli credette. Si prese otto giorni
per pensare e, credendo di procurare a Cecilia un
partito migliore del primo, gli diede buone speranze
di riuscita.
Nel frattempo il Balbo aveva mandato due dei suoi
uomini più temibili in Friuli a procurare qualche
impedimento a Gerardo il quale, secondo i suoi piani,
avrebbe assolutamente dovuto tardare il suo ritorno
di almeno due o tre giorni. Non si seppe mai esattamente
cosa accadde, ma Gerardo tornò a casa troppo tardi;
Cecilia era già promessa ad un altro.
Le armature dei cavalieri scintillavano sotto il sole
basso del crepuscolo, il tintinnio battagliero delle
loro armature quel giorno sembrava un canto di gioia
e le spade addormentate dentro foderi intarsiati erano
docili orpelli di guerra. I cavalli preparati come
il giorno del torneo seguivano il passo in una lenta
danza di gioia e quando si fermarono davanti al carico
prezioso che dovevano portare fin dal loro signore,
sembrarono pronti alla battaglia. Cecilia appariva
in tutta la sua bellezza alla luce di un sole morente
e sfrontato che osava baciarle la bocca e il viso.
Salì in carrozza con due delle sue dame più care mentre
molte altre la seguirono in corteo fino alla sua nuova
dimora.
Quando arrivò a Bassano era già sera e raggiunse il
suo sposo attraverso un viale di torce che la seguirono
fin dentro la corte. Cecilia aveva il viso coperto
da un velo finemente bordato e il broccato giallo
dell’abito donava alla sua figura un che di etereo
e leggiadro tanto che qualcuno osò riferire che quella
dama era nata da un sogno.
Il giorno delle nozze tutta la nobiltà di quei luoghi
era stata invitata a partecipare alla festa; vi erano,
naturalmente, anche Tiso da Camposanpiero con tutta
la sua famiglia che, dal momento stesso in cui mise
piede in chiesa, giurò davanti a Dio che mai avrebbero
perdonato un affronto simile; il Balbo, non senza
malizia e crudeltà, aveva voluto Cunissa accanto per
costringere lo stesso Tiso a celare il suo rancore
e a sedersi vicino al suocero.
Gerardo sentiva il cuore lacerarsi di rabbia e dolore,
la donna che aveva sognato e voluto era stata gettata
fra le braccia di un uomo che non l’amava e che avrebbe
soddisfatto i suoi turpi desideri giacendo con lei
fra lenzuola che da tempo sperava allestite per lui.
Seminascosto dietro la colonna più vicina all’altare
della navata di destra, guardava Cecilia con gli occhi
di chi cerca di saziare il proprio animo con quel
fiele dolcissimo che solo un amante tradito comprende...
la sposa si tolse il velo e Gerardo fu perso in quegli
occhi pieni di lacrime che gli sembrava chiedessero
aiuto; quando Cecilia si voltò a viso scoperto per
uscire dalla chiesa, a molti sembrò di guardare lo
specchio della Madonna in trono che, imponente ed
impassibile, era dipinta sulla pala d’altare dietro
di lei.
Per quindici giorni si fece festa al castello da Romano
e la corte rimase bandita con ogni delizia in tutti
i momenti del giorno in modo che chiunque potesse
partecipare alla gioia di quella casa.
La giovane sposa non aveva potuto rifiutare il matrimonio
che Spinabello le aveva procurato, sapeva di non poter
scegliere e sperava che il suo tutore, per amor di
suo padre, l’avesse donata ad un uomo che lei, in
qualche modo avrebbe potuto apprezzare. Ma dopo aver
giaciuto per la prima volta con quel marito che lei,
appena sedicenne, vedeva così vecchio volle esser
lasciata sola e mentre Ezzelino tornò a far festa
per tutta la notte, qualcuno la sentì piangere fino
al mattino.
Il suo corpo di giovane donna era così liscio e sodo
che, dopo quella prima notte, Ezzelino non riuscì
più a staccarsene, le sue labbra erano così dolci
da rubargli un po’ di senno ogni volta che le sfiorava,
e i suoi seni così ben fatti che nessuno mai vide
Ezzelino tornare nelle sue stanze se non per cambiarsi
d’abito. Fu così che ben presto quel ventre di fanciulla
diede alla luce una bimba: Agnese, la quale, a soli
dodici anni fu data in moglie al conte Antonio de
Guidoti, da cui poi ebbe un figlio di nome Ansedisio.
Trascorso qualche anno accanto a quell’uomo burbero
ma premuroso, la bella Cecilia aveva imparato ad apprezzarlo
e forse anche ad amarlo; a volte pensava alla sua
vita, la vedeva trascorrere lenta e monotona ma, anche
se spesso desiderava tornare per qualche giorno nelle
sue terre, le stesse in cui era cresciuta da bambina,
tutto sommato, poteva dirsi felice.
Un bel giorno d’estate, dopo una lunga passeggiata
a cavallo con Ezzelino, finalmente si decise a chiedere
al marito di poter andare a vedere i suoi possedimenti.
- Vorrei - disse - tornare nelle mie terre per qualche
tempo, vorrei rivedere i luoghi in cui sono nata e
cresciuta e mostrarveli, l’estate è la stagione migliore
per farlo...
- Capisco - rispose Ezzelino - anch’io amo le mie
terre e non posso starne a lungo lontano. Potrete
tornare alla casa di vostro padre per qualche giorno,
io non potrò venire con voi perché ho degli affari
importanti da sbrigare a Verona, ma al mio ritorno
vi raggiungerò. Partirete domani con trenta servitori
e una piccola scorta.
Quella notte Cecilia, ebbra di gioia per il permesso
ottenuto, amò il marito come non avrebbe mai più fatto
e, stringendolo a sé, si addormentò sognante sul suo
petto forte e sicuro, quasi paterno.
Il mattino era fresco e luminoso, tutti i preparativi
erano già stati fatti, restava solo da partire. Cecilia
baciò teneramente Ezzelino prima di salire in carrozza
e quando, finalmente, i cavalli cominciarono a muoversi,
si sentì come un animale appena liberato, in grado
di correre o volare a perdifiato verso la sua casa.
Il paesaggio rigoglioso delle terre di suo marito
l’avvolgeva come una nebbia irreale che ovattava ogni
emozione e quando riconobbe le prime pietre che segnavano
l’inizio dei suoi possedimenti credette di entrare
in un’altra dimensione, calda e luminosa come quel
sole d’estate che le accarezzava il viso.
Fu solo verso mezzogiorno che arrivò a Sant’Andrea
del Muson dove, su una collina non troppo alta si
ergeva il suo castello di sempre che inondato di luce
le pareva più accogliente e vivace che mai; vi entrò
trionfante e fu accolta dal vecchio Spinabello e dai
suoi servitori con grandi onori e magnificenza. Le
dame che l’avevano accompagnata furono fatte accomodare
nelle stanze che erano state allestite per loro, Cecilia
ritornò nella stanza che l’aveva vista crescere e,
dopo essersi riposata dal viaggio, si cambiò d’abito
e scese per il pranzo.
Dopo il banchetto, dato che la calura del giorno era
divenuta meno oppressiva e l’aria era più fresca,
Cecilia decise di andare a fare un giro a cavallo
per sue terre per mostrare quanto esse fossero verdi
e rigogliose alle dame sue ospiti. Furono preparati
i cavalli e, sotto la scorta di un piccolo manipolo
di cavalieri del luogo, uscirono dal castello dirigendosi
verso i campi e i boschi che esse riempirono di cicalecci
gentili e risate argentine; il loro parlare e i loro
abiti di veli e sete finissime che, dolcemente, si
muovevano al vento, le avvolgevano in una girandola
di note e colori che, in lontananza, le facevano sembrare
le fate immaginarie dei miraggi d’estate.
Mentre stavano rientrando al castello si fermò presso
di loro Gerardo da Camposanpiero il quale, trovandosi
in quelle zone, disse d’aver saputo della presenza
di sua zia presso il castello e gli era sembrato doveroso
renderle omaggio. Il giovane pareva accaldato ma in
sella a quello splendido baio, il suo sorriso e la
sua figura slanciata ed elegante rubarono l’attenzione
di tutte le dame.
Cecilia si avvicinò al suo cavallo, gli sorrise e
galoppò con lui fino al castello. Lo invitò a restare
per la cena e lo fece accomodare accanto a lei. Era
felice quella sera, aveva attorno le sue più care
amiche, era nella sua casa di sempre e vicino a lei
sedeva quell’uomo che, come mai prima d’allora, le
faceva sussultare il cuore in petto; tremava davanti
alle emozioni che le facevano provare i suoi occhi
gentili ogni volta che le si posavano addosso, avrebbe
voluto essere stretta da quelle braccia giovani e
forti, avrebbe voluto respirare il suo fiato e perdersi
di gioia sulle sue labbra. Ma i suoi pensieri erano
pensieri segreti, forse quell’uomo era così caro e
gentile soltanto per rispetto di suo zio Ezzelino...
Subito dopo la cena, essendo affaticate da quella
lunga giornata, quasi tutte le dame presero congedo
e si ritirarono per la notte. Gerardo chiese allora
alla padrona di casa di restare solo con lei per poterle
parlare in privato; Cecilia, arrossì un poco e, anche
se disse d’essere molto stanca, si fece accompagnare
nei suoi appartamenti e gli concesse qualche minuto.
Come fu solo con lei Gerardo chiuse la porta con il
chiavistello e cominciò a parlare.
- Mia signora, vi ho amato dal primo momento che vi
ho vista... sono passati ormai più di cinque anni
da quando speravo di potervi fare mia sposa, di potervi
rendere felice tanto quanto non lo siete mai stata
con quel vecchio che avete per marito e che purtroppo
è mio zio. Ho sognato per notti intere di potervi
stringere fra le braccia e baciare la vostra pelle
d’avorio...
- Basta vi prego! Non voglio sentire altro - esclamò
Cecilia - sono una donna sposata e non potete, non
dovete mettere alla prova il mio resistervi; mio marito
è un uomo buono e gentile e io non voglio...
- Anche voi siete stata ingannata dal Balbo, anche
voi sapete d’essere intrappolata al fianco di un uomo
che, anche se rispettate, non amate... I vostri occhi
non riescono a mentire, le vostre parole non sono
altro che vani tentativi di tenermi lontano! Non mi
trovavo in queste terre, ho galoppato fin qui non
appena ho saputo che eravate venuta sola, sono qui
per vendicarmi del torto che ci è stato fatto quando
vi hanno costretta a sposare un uomo che non volevate.
Giacete con me questa notte! Non costringetemi a farlo
con la forza, contro il vostro volere... dirò che
vi ho violentata comunque, questa sarà la mia vendetta,
non infangherò il vostro nome ma il mio!
Cecilia piangeva sommessamente, non riusciva a proferire
parola e ascoltava quella voce che amava come se in
tutta la sua vita non avesse desiderato altro che
sentire quelle cose terribili, guardava il viso di
Gerardo e lo vedeva bello e dolcissimo come quella
prima volta in Chiesa... perché il destino l’aveva
unita ad un altro! Perché nessuno le aveva mai chiesto
se era realmente felice? se Ezzelino era davvero l’uomo
che amava? se il suo cuore era perso per un altro?
Non poteva guardare Gerardo negli occhi, non voleva
correre fra le sue braccia e lasciarsi baciare non
sapeva se doveva provare finalmente l’amore. Gli chiese
perdono, gli chiese d’andarsene e gli disse che nessuno
avrebbe saputo di quel colloquio ma sentiva il dolore
e l’amore di Gerardo urlare, sentiva il suo cuore
impazzire, per poco non svenne. Si sentì mancare ma
non cadde, le braccia dell’uomo che amava da sempre
la sorressero, la strinsero, le diedero forza.
- Vi amo - disse con un filo di voce Cecilia -, vi
ho sempre amato...
Le loro anime riuscirono quasi a sfiorarsi, vendetta
e dolore fuggirono dai loro cuori, lasciandoli liberi
d’amarsi almeno per quella notte; il loro primo bacio
fu così intenso da farli piangere entrambi. Passarono
la notte insieme, uniti in un abbraccio dolcissimo
e struggente il cui ricordo, per tutta la vita, li
avrebbe tenuti legati. Conobbero l’amore solo fra
le braccia l’uno dell’altra, mai più avrebbero mostrato
i loro cuori a qualcuno.
Il mattino seguente restarono a lungo stretti piangendo
avvolti dalla luce dell’alba, Gerardo sentiva di dover
portare a termine il compito che suo padre e la sua
famiglia gli avevano imposto, ma il suo cuore amava
lo strumento della sua vendetta, sapeva che il suo
gesto l’avrebbe distrutta e non voleva.
- Cecilia amore mio - le disse dolcemente - non diremo
nulla. Non bramo più vendetta, i tuoi baci sono il
mio ristoro.
- E invece porterai a termine il tuo compito! - esclamò
Cecilia tra lacrime di rabbia e rancore - sono stata
derubata del tuo amore per tutti questi anni, sono
stata imprigionata fra le braccia di un vecchio, non
è più la tua famiglia che devi vendicare ma noi stessi,
il tempo e l’amore che ci hanno sottratto. Se non
chiamerai tu il tuo servo lo farò io.
Lentamente, Gerardo si alzò dal letto, si mise qualcosa
addosso e con il capo rivolto al suo amore si diresse
verso la porta. L’aprì senza proferire parola. Rimase
qualche attimo come sospeso tra la camera e la porta
poi urlò il nome di un servo. Tutto il suo rancore
era scomparso in quel grido, l’amore di quella notte
gli si era infilato nel cuore come fosse una scheggia
pungente e la sua anima gli pareva prosciugata.
Quando il servo arrivò Gerardo era pallidissimo, lo
guardò e gli disse: - Prendi quest’anello di nozze,
corri al castello da Romano e grida in faccia ad Ezzelino
il Balbo che stanotte, in quel letto che doveva essere
di suo figlio, Gerardo da Camposanpiero ha compiuto
la sua vendetta.
Il servo si allontanò e Gerardo richiuse la porta
dietro di sé. Si lasciò cadere sul letto, ancora una
volta volle gustare l’amore di Cecilia; spossato e
devastato dal dolore, desiderò di morire fra le sue
braccia. Ma il sole ormai era alto nel cielo, non
poteva restare, un ultimo bacio e partì”.
Una delle donne presenti ruppe in singhiozzi e la
vecchia smise di parlare. Il volto di quella donna,
che doveva essere benestante a giudicare dall’abito
e dalle due dame di compagnia che la seguivano, era
divenuto rosso d’un tratto, non riusciva ad arrestare
le lacrime anche se ora non singhiozzava più. Una
delle sue dame le sussurrò qualcosa all’orecchio e
lei, con un sorriso forzato, riuscì finalmente a calmarsi,
a chiedere scusa alla compagnia e, assicurando tutti
che non avrebbe più interrotto, pregò la vecchia di
ricominciare il racconto. “Bimba mia - riprese la
vegliarda - non piangere, non sprecare le tue lacrime
preziose per chi non lo merita. Ama, e fallo senza
riserve, anche la vendetta è terribile se si hanno
rimpianti...
Dunque, dove ero rimasta? Ah sì, ora ricordo. Quando
il servo inviato da Gerardo arrivò al castello da
Romano trovò Ezzelino il Balbo a tavola con il figlio,
che ancora non era partito per Verona, con molti ospiti
illustri. Disse di venire dal castello di Sant’Andrea
del Muson e chiese di poter parlare in privato con
il Balbo e il figlio.
- Non ho nulla da nascondere ai miei ospiti, enuncia
pure il tuo messaggio, disse con tono gioviale il
Balbo.
- Signore, azzardò il servo, credo sia meglio parlarne
in privato...
- Parla o ti farò tagliare la testa! replicò ridacchiando
il Balbo cui si unì la risata degli ospiti.
- Ebbene, mi manda vostro nipote Gerardo da Camposanpiero...
- E che ci faceva Gerardo, domandò Ezzelino con lo
stesso tono scherzoso, a Sant’Andrea del Muson?!!
- Compiva, fra le vostre lenzuola, la sua vendetta.
Questo è l’anello che vi manda per dimostrarvelo.
Nessuno più rideva. D’un tratto l’aria gioviale del
banchetto era diventata tesa e irrespirabile; il silenzio
nel quale restò immersa per qualche istante pareva
quasi surreale. Ezzelino era immobile con l’anello
di sua moglie in mano senza riuscire a proferire parola.
Suo padre invece, tuonò contro tutta la famiglia dei
Camposanpiero chiedendo vendetta. Gli ospiti rimasero
in silenzio poi, lentamente, si allontanarono da quella
casa.
Il Balbo era paonazzo di rabbia, a guardarlo bene
si sarebbe potuto pensare che avesse la bava alla
bocca; ingiuriò i Camposampiero senza il minimo ritegno,
maledisse il nome di sua figlia il cui grembo aveva
generato tanta disgrazia, poi in un attimo di lucidità
estrema decise come reagire. Chiamò un messo e lo
mandò al galoppo a Padova per chiedere a tutta la
cittadinanza di aiutarlo a vendicare tale ingiuria,
poi guardò il figlio che fino ad allora non si era
mosso e, mentre usciva speditamente dalla stanza gli
disse: - In quanto a te, sai quello che devi fare.
Ezzelino accennò un sorriso che pareva una smorfia
ma non si mosse. Rimasto solo cominciò a piangere.
Non sapeva dire se quel dolore fosse dovuto all’ingiuria
o al fatto che aveva perso Cecilia ma non poteva arrestare
quelle lacrime calde e salate che gli rigavano il
volto. Dopo qualche minuto si alzò, si infilò l’anello
che gli era stato consegnato e, raccolte tutte le
forze, si diresse lentamente verso le stalle del castello.
Come entrò nella stalla, fu colto da uno strano malore
che gli parve dovuto al dolore ed alle forti emozioni
provati quella sera, certamente acuiti da quella imponente
dose di vino poco prima trangugiata durante il banchetto.
Le gambe gli vennero meno e dovette sedersi sullo
sgabello dello stalliere senza più riuscire a muoversi
fino al mattino. Rimase in quello stato parecchie
ore ma non gli fu possibile regalare al suo corpo
ed alla sua più che turbata mente la consolazione
di un sonno risanatore.
Quando il sole era ormai alto nel cielo riuscì ad
alzarsi e, seguito dal fedele cane da caccia che ormai
da tre anni gli regalava la sua forza e il suo coraggio,
prese il suo baio più veloce e si lanciò in una corsa
sfrenata verso Sant’Andrea del Muson.
Ezzelino era montato in groppa al cavallo in uno stato
di semi-coscienza che rendeva i suoi riflessi rallentati
ma che pareva quasi rinvigorire la sua forza; tutto
il suo corpo era scosso da una specie di scarica elettrica
che gli faceva tremare ogni muscolo, ogni nervo...
La corsa sfrenata, la calura estiva, la rabbia e il
dolore fecero immergere i pensieri d’Ezzelino in una
sorta di nebbia onirica lontana dai tormenti di quell’infausto
giorno; il suo inconscio aveva cancellato ciò che
era successo, ragionava, credeva d’essere lucido e
forse lo era. Di colpo i suoi pensieri si fermarono
a fissare insieme ai suoi occhi la criniera mossa
dal vento del cavallo, cominciò a pensare che se fosse
riuscito a diventare il suo cavallo avrebbe potuto
portare Cecilia in un posto lontano, avrebbe corso
giorni interi per cercare quella radura di cui lei
sempre sognava, le avrebbe mostrato tutti i posti
meravigliosi dei quali conosceva solo i nomi, si sarebbe
sfiancato per lei, per il suo sorriso, per una sua,
semplice, amorevole carezza. Ezzelino era il suo cavallo,
sentiva d’essere lui stesso a galoppare e il sudore
di entrambi gli appariva così mischiato da fargli
pensare fosse uno soltanto.
Osservava i suoi zoccoli e vide che si stavano ora
lentamente trasformando in zampe con unghie e polpastrelli,
non era più un cavallo potente ma un cane, un cane
dal pelo fulvo... Era diventato quel cane che correva
accanto al baio, vedeva la terra con i suoi occhi
e sentiva amplificati per cento, mille volte tutti
gli odori del bosco. Pensò a sua moglie, avrebbe ringhiato
furiosamente per difenderla riservando solo a lei
le leccate, le corse a perdifiato sul prato e le notti
invernali accoccolati insieme davanti al fuoco...
Una luce fortissima gli fece chiudere gli occhi. Di
colpo era uscito dal bosco e davanti a lui c’era solo
una vasta pianura coltivata a grano. L’oro delle spighe
gli ricordò i capelli fini nei quali amava tuffarsi,
spronò il cavallo e in mezzo a quel campo sentì il
profumo della pelle di Cecilia.
Lasciandosi il campo alle spalle, si avviò verso la
strada di pioppi che portava al fiume, c’era molto
fango, gli parve strano in quella stagione... nel
suo delirio egli credette di riconoscevi una sorta
di brodo e ribollente che, secondo quella sua improvvisa
allucinazione, i Camposanpiero avevano così ben preparato
per lui.
Non era nemmeno giunto al fiume quando vide muoversi
scortata da qualche guardia e da alcuni servitori
una carrozza che lentamente gli si avvicinava. Fermò
bruscamente il cavallo e restò fermo ad osservare.
L’andamento monotono ed ondeggiante di quella processione
che avanzava indifferente nella calura estiva, lo
aveva fatto ritornare in sé, mentre la sagoma della
carrozza e degli uomini che l’accompagnavano, essendo
controluce, gli apparve così scura e triste da fargli
addirittura pensare d’essersi imbattuto in un corteo
funebre.
Quando quel corteo gli si fece più vicino riconobbe
il suo stemma di lati della carrozza e capì che dentro
vi avrebbe trovato sua moglie di ritorno verso una
casa da cui, inevitabilmente, sarebbe stata scacciata.
Restò immobile sul cavallo, quelli della scorta credettero
di vedere una statua ma quando gli si fecero più vicino
riconobbero il loro signore. La carrozza fu fermata
e Cecilia ne scese. Ezzelino smontò da cavallo e si
diresse lentamente verso la moglie che lo osservava
attraverso il velo viola che le copriva il volto.
L’atmosfera tutt’intorno era inerte e silente; gli
uccelli non cantavano più, gli animali del bosco tacevano,
gli uomini e le donne della scorta di Cecilia avevano
quasi smesso di respirare e persino il vento si era
arrestato. Tutto era immobile nell’attesa.
Ezzelino spostò il velo della moglie con un gesto
fermo e deciso ma al tempo stesso dolcissimo; volle
guardarla negli occhi. Cecilia non si mosse e ne sostenne
lo sguardo. Rimasero un attimo l’uno di fronte all’altra,
Cecilia sembrava un’altra, i lineamenti del suo viso
erano induriti dal dolore, le labbra morbide e rosse
che la caratterizzavano si erano trasformate in un
livido tratto e i suoi occhi erano del colore del
pianto. Ezzelino le sfiorò una gota, lei non si ritrasse,
rimase immobile ma pareva fatta di neve. Non si dissero
nulla ma si compresero.
Lentamente Cecilia risalì in carrozza e il corteo
ricominciò a muoversi. Ezzelino la seguì a cavallo
a qualche metro di distanza.
Quando arrivarono al castello lei salì nelle sue stanze
e cominciò a fare i bagagli; il giorno seguente sarebbe
stata riaccompagnata a Sant’Andrea del Muson.
Non una parola, non una lacrima; solo dolore e amarezza
in attesa di una guerra fratricida. Quell’Elena bellissima
se ne andava, scappava da una casa che l’aveva catturata
con l’inganno e si allontanava per sempre da un uomo
che pur senza amarlo aveva, in qualche modo, imparato
ad apprezzare.
Quella notte le mura del castello gemettero sotto
il peso dei sospiri dei morti i quali sapevano a quale
infausto destino la loro casata sarebbe andata incontro;
quella notte qualcuno credette di udire grida d’angoscia
e disperazione echeggiare per tutta la campagna intorno.
Il mattino seguente fu preparata una scorta per riaccompagnare
Cecilia la quale, incrociando il servo del Balbo di
ritorno da Padova, dal suo volto capì d’un lampo quanta
sofferenza avrebbe arrecato a quelle terre il suo
amore negato. Ma ormai il cavallo era dentro le mura
di Troia e nessuno avrebbe più potuto evitarne l’assalto”.
La vegliarda si interruppe di nuovo. Si strinse nello
scialle scuro che le ricopriva anche buona parte del
capo e chiese di ravvivare il fuoco; subito due giovani
buttarono sulle braci qualche pezzo di legna.