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Le donne del Grimorio

 

GLI EZZELINO. SIGNORI DELLA GUERRA
a Torsten

Capitolo I
, pp. 9-26.
Le Donne del Monaco: Cecilia da Baone

Quando chiesi il suo nome nessuno seppe rispondermi. Quella vecchia non aveva più un nome. Il suo viso era segnato da solchi così profondi che si confondevano fra loro, i capelli erano radi e bianchissimi, le labbra sembravano un taglio nella corteccia di un albero, ma gli occhi scurissimi scintillavano accesi da un fuoco che ardeva da dentro. Il suo corpo era minuto e ricurvo e per tutto il tempo che passai, incantato, ad ascoltare la sua voce pacata e profonda, vidi che le sue mani, incessantemente, intrecciavano dei fili di seta.
Era l’inverno del 1273; la mia famiglia mi aveva mandato a studiare diritto a Padova, ma la mia passione per le storie d’altri tempi mi aveva portato fino alle porte di Vicenza a casa di una vecchia che si diceva avesse conosciuto almeno quattro delle generazioni dei signori di Bassano. Molti pensavano fosse una strega e cercavano di impedire ai bambini di andare ad ascoltare le sue storie ma il suo modo di raccontare era così appassionante e misterioso che anche i giovinetti e molti adulti non potevano trattenersi dall’ascoltarla incantati. Anche per questo era spesso stata sottoposta alle indagini dell’inquisizione che, stranamente, non aveva mai voluto incriminarla.
La mia curiosità di giovane era stata talmente stuzzicata dagli amici e compagni di studio che decisi, in una splendida mattina di dicembre di partire per andarla a conoscere. Il sole era alto nel cielo, l’aria invernale era fredda e secca e la nebbia quel giorno non aveva ancora posato la sua coperta ovattata sui campi imbiancati di neve. Il mio cavallo procedeva lentamente ed io cercavo di immaginarmi come sarebbe stato l’incontro, cosa avrei potuto dirle, quali domande le avrei fatto...
Arrivai a Vicenza all’ora dei vespri e mi diressi verso la casa di un mio vecchio compagno di studi che, dopo l’improvvisa morte del padre, aveva dovuto occuparsi degli affari della famiglia. Gli avevo anticipato la mia venuta con una lettera e quando arrivai a casa sua, lo trovai ad aspettarmi. Passammo la sera e il giorno seguente a ricordare i vecchi tempi e quando fu ora di andare ad ascoltare la vecchia mi accompagnò lui stesso.
Tutti i giorni, più o meno alla stessa ora, la vecchia raccontava una storia e moltissimi erano coloro che si affollavano nella sua piccola casa. Quando arrivammo c’erano già parecchie persone che chiacchieravano davanti alla sua porta aspettando di entrare. Nel cortile i bambini giocavano con la neve rincorrendosi e gridando ma, quando una minuta figura vestita di nero si affacciò sulla soglia aprendo la porta, smisero di colpo ed entrarono veloci per andare a sedersi accanto al fuoco. Gli adulti portavano solitamente dei doni e anche il mio amico ed io avevamo qualcosa: un cesto di castagne. Come gli altri posai il cesto sul tavolo e mi diressi in un punto della stanza un po’ in penombra anche se non molto lontano dal fuoco.
La vecchia si sedette su una piccola sedia in mezzo ai bambini, salutò qualcuno e poi girò gli occhi verso di me. Credetti che mi avesse confuso con qualcun altro e feci finta di niente.
- Ti stavo aspettando - disse. Non sapevo che cosa rispondere. Ancora una volta pensai che si stesse sbagliando.
- Sto parlando proprio con te, con te Pietro Gerardo!
Quando sentii pronunciare il mio nome ebbi un brivido. Come poteva sapere chi ero? Come poteva sapere il mio nome se non mi aveva mai visto e nessuno dei presenti tranne il mio amico mi conosceva?
- Ti stavo aspettando. Sarai tu a raccogliere la mia testimonianza, sarai tu a raccontare le grida di dolore di queste terre e quando il tuo lavoro sarà finito io, finalmente, potrò riposare in pace. Vieni, siediti qui accanto a me e ascolta attentamente.
Ognuno dei presenti mi guardava con curiosità e timore, i bimbi si spostarono un po’ e mi fecero spazio, io andai a sedermi dove mi aveva indicato la vecchia.
Molto tempo fa - cominciò allora la vecchia - molto tempo fa, un uomo alla fine dei suoi giorni piangeva. Sì, sul suo letto di morte egli piangeva.
Non era la paura dell’ormai prossimo incontro con Colui che tutti giudica, la sua coscienza non era turbata dalle azioni ch’egli aveva compiuto durante la sua lunghissima vita... qualcos’altro pungeva il suo animo.
Il suo cuore pulsava così forte da parere dentro la testa e non nel petto, un orrendo presagio gli lacerava l’anima; gli sembrava d’aver la gola stretta da un nodo scorsoio. Non riusciva a parlare né a muoversi e le palpebre erano bagnate da lacrime che non poteva arrestare.
Quel vecchio rugoso e malato vedeva tutto ciò per cui aveva lottato e tutto ciò in cui aveva creduto finire rovinosamente distrutto dalle mani di coloro che egli stesso aveva generato. Quando aprì gli occhi, vide sua moglie. Accennò un sorriso che sembrava una smorfia poi, finalmente, riuscì a parlare.
- Ricordo - disse con quella voce calda e suadente che lo aveva sempre caratterizzato- ricordo quando sono arrivato in questo paese dall’aria dolce e profumata... Ero con il mio signore, combattevo per lui e ne andavo molto fiero. Egli era giusto e forte come deve esserlo un Imperatore. Sua madre, la principessa Teofano, gli aveva dato un’eccellente educazione bizantina ma il suo modo d’essere era stato largamente influenzato dal dottissimo Gerberto d’Aurillac... Acqua! Portatemi dell’acqua! Mi sento la gola bruciare! Assumendo simbolicamente il nome di colui che aveva collaborato con l’Imperatore Costantino, Gerberto divenne papa Silvestro II. Ma il mio signore, il grande Ottone III, aveva dei nemici che volevano distruggerlo; fu costretto a ritirarsi da Roma, vide infrangersi i suoi sogni di costituire un impero universale e si spense con loro. Io non volli tornare in Germania. Avevo avuto il titolo di conte e dei territori in Italia dal mio signore... Mi innamorai di quelle terre tra il Piave e il Brenta che mi erano state concesse. Ho molti amici a Padova ma il cuore mi si stringe al pensiero dei loro figli nemici dei miei; sento che le terre che amo saranno devastate, il mio nome bestemmiato, la carne della mia carne lacerata dai cani e la mia memoria ripudiata! Ancora una volta Troia crollerà in ginocchio a causa di un’Elena bellissima! Vorrei non sapere, non sentire, non essere mai venuto in Italia né - urlò furiosamente lanciando un’occhiata piena d’odio a ciò che restava di quello che un tempo era stato il fertile ventre della moglie - aver mai dimorato nel tuo ventre maledetto!
Gli astrologi gli avevano preannunciato una progenie portatrice di disgrazie e un seme che avrebbe flagellato le sue terre... La sua mente offuscata dagli anni e dal dolore non conosceva più il presente, il passato era stato la sua vita e il futuro sarebbe stato così terribile che la morte gli pareva soltanto un sollievo.
Bevve. Ma il fiele delle sue visioni si mescolò con l’acqua che gli avevano portato. Il cuore di Ezzelino il Tedesco cessò di battere ma nei suoi occhi, per molto tempo ancora, qualcuno credette di veder scorrere lacrime abbondanti.
Suo figlio, Ezzelino il Balbo, così soprannominato per un difetto di pronuncia, gli strinse le mani prima di allontanarsi; diede disposizioni per le esequie ma la sua attenzione fu quasi immediatamente richiamata dalle urla che venivano dalla stanza di sua moglie Auria.
A volte le coincidenze sembrano così incredibilmente irreali da crederle soltanto frutto dell’immaginazione degli uomini, ma quella notte di delirio e di dolore sembrò davvero segnare per sempre il corso degli eventi. Le allucinazioni del vecchio Ezzelino il Tedesco erano così forti da poter essere respirate attraverso l’aria scura e pesante del castello, esse erano così devastanti da insinuare un odio crudelissimo nel cervello di chiunque ne fosse stato contaminato.
Due anime parvero toccarsi quella notte; l’una affranta e angosciata usciva da un corpo ormai vecchio e consunto l’altra, mentre entrava nelle membra di un bimbo, ne fu forse sfiorata e da questa segnata per sempre. Il cielo si chiudeva plumbeo sulla casa del vecchio morente e soltanto quando questi esalò il suo ultimo respiro un vagito, risuonò come un urlo di ghiaccio nelle stanze fredde e deserte del castello d’Onara.
Ezzelino il Balbo, forse in onore del padre morto proprio in quel giorno o forse spinto dalla mano del fato, volle che anche il suo unico figlio maschio fosse chiamato Ezzelino. La madre del bimbo, per qualche bizzarro motivo, aveva invano tentato di dissuaderlo da quel proposito, cercando di proporre per il figlio il nome del proprio padre, Riccardo da Baone, ma poco poté contro un tragico destino una donna straziata da un parto violento e crudelmente lacerata da un presagio nefasto
.
La vecchia smise di parlare colta da un forte attacco di tosse. Qualcuno dei presenti le portò un po’ d’acqua e la tosse si calmò un poco. Passarono alcuni minuti prima che riprendesse il racconto ma nessuno osò fiatare o muoversi durante l’attesa.
“Passarono gli anni -, ricominciò - passarono gli anni ed il cielo sinistro di quella notte terribile sembrò essere sparito per sempre fin quando un fatto da nulla in un giorno di gioia fece nuovamente trasalire l’anima di donna Auria.
Era il giorno delle nozze di Cunissa da Romano, anch’essa figlia di Ezzelino il Balbo il quale possedeva, oltre al feudo di Onara, anche quello di Romano più ricco e importante del primo e del quale lui e i suoi discendenti presero il nome. Cunissa era una giovane graziosa e mite che aveva da sempre sognato un matrimonio d’amore ma, come spesso in queste nobili famiglie, fu suo padre a decidere. Fu donata in sposa al ricchissimo Tiso da Camposanpiero, un nobile molto conosciuto e rispettato sia nel padovano che nel veronese dove possedeva feudi importanti. Il Balbo aveva cercato di dare la figlia ad un uomo non troppo vecchio benché ricchissimo e quando Cunissa lo vide per la prima volta, forse temendo di trovarsi di fronte un uomo dell’età di suo padre, sembrò soddisfatta di vedere un giovane dai modi gentili di poco più vecchio di lei. L’unione fu un’unione felice e da essa nacquero due figli: Gerardo e Tiso Novello da Camposanpiero.
Il giorno delle nozze dunque, mentre attraversava il portale della cattedrale lasciando dietro di sé tutti i mostri creati dal maligno e plasmati come monito nella pietra, Cunissa si sentiva quasi felice, appoggiata al braccio del padre varcava col suo splendido abito quella soglia che avrebbe per sempre e indissolubilmente legato il suo ventre al destino cruento della sua famiglia.
Tutti i nobili di quelle terre erano al suo cospetto, invitati inconsapevoli della tragedia che li avrebbe devastati quand’ecco il presagio. Cunissa non aveva ancora percorso per intero la prima campata che la collana che si avvolgeva ai suoi capelli si ruppe lasciando cadere ogni perla. I suoi occhi si riempirono di lacrime, Auria si sentì mancare e con la mente tornò alla notte in cui nacque Ezzelino, riprovò i dolori del parto, ma fu un attimo, il figlio la sostenne e quando si riebbe Cunissa era già all’altare.
Anche il fratello di Cunissa, Ezzelino, dopo qualche anno decise di sposarsi e scelse come moglie Agnese, sorella del marchese Azzo d’Este che allora aveva feudi nel padovano. Ma Agnese era debole di costituzione e dopo appena un anno di matrimonio, mentre era in procinto di dare alla luce il suo primo figlio, morì portando con sé il bambino. Ezzelino volle allora risposarsi per avere degli eredi ma la moglie che suo padre gli aveva scelto, una sorella di Deslemanino de Deslemanini di Padova, per quasi un mese aveva cercato di evitare il letto del marito adducendo le scuse più strane e quando Ezzelino, con la forza la costrinse a giacere con lui, si accorse che non era più vergine e la ripudiò”.
Qualcuno mise un po’ di legna sul fuoco, le braci scoppiettarono sotto il peso dei nuovi tronchi da ardere e la vecchia si distrasse un momento. Uno dei bambini le stava tirando il grembiule pregandola di continuare e così, riprese a parlare.
“Dopo alcuni anni accadde che, ad Albano, morì Manfredo da Baone, cugino del padre di Auria, reputato da molti l’uomo più ricco di tutta la Marca Trevigiana. Manfredo aveva lasciato come sua unica erede la figlia Cecilia la quale aveva appena sedici anni ma la cui bellezza già era divenuta proverbiale. Si diceva in giro che la sua pelle fosse bianca e liscia come l’avorio, profumata come un fiore di gelsomino e così luminosa da far scomparire la perla che usava far ricadere sulla fronte quasi a sfidarne il chiarore. Contornati da ciglia lunghissime i suoi occhi erano così grandi e verdi da far affogare anche il nuotatore più esperto, le sue labbra d’un rosso rubino parevano disegnate dal pennello del più grande dei maestri e i suoi biondi capelli intrecciati sembrava volessero sfiorarle le spalle come caldi raggi di sole.
Il suo tutore era un certo Spinabello, un fedelissimo di Manfredo il quale aveva promesso al suo padrone di prendersi cura di Cecilia e di trovarle un marito degno del suo nome e della sua ricchezza. Spinabello pensò di proporre il matrimonio a Gerardo di Camposanpiero il quale, oltre ad essere ricco e nobilissimo, era giovane e d’una bellezza mai vista. Cecilia lo aveva conosciuto ad una funzione pasquale ed egli sapeva che se ne era invaghita.
Spinabello decise d’andare dal padre del giovane, Tiso da Camposanpiero, per parlargli d’un eventuale matrimonio con la propria pupilla. Quando Spinabello arrivò al castello fu accolto con grande onore e, dopo un lauto banchetto, fu invitato da Tiso a passeggiare con lui in giardino. Era una splendida giornata di sole e dopo aver lungamente chiacchierato della bellezza delle piante centenarie e degli animali che Tiso poteva vantare nel suo giardino, finalmente si fermarono e si sedettero all’ombra d’un enorme salice piangente dove Spinabello propose il matrimonio di Cecilia con Gerardo.
Tiso sperava di sentirsi fare quella domanda! Sua moglie Cunissa lo aveva immaginato non appena aveva visto Spinabello varcare la soglia del castello ed ora Tiso ne aveva finalmente avuta la conferma. Cecilia era molto ricca e non era la prima volta che sentiva parlare della sua bellezza, sapeva persino che suo figlio Gerardo ne era rimasto abbagliato. Decise però di temporeggiare... mai fece errore più grande. - Mio figlio - disse con tono pacato - si trova nel Friuli per alcuni affari che la nostra famiglia ha da quelle parti, tornerà di qui a otto giorni e fino ad allora non potrò sapere il suo parere al riguardo. Spero vogliate attendere fino a quel momento.
Spinabello si ritenne soddisfatto e prese congedo.
Tiso dopo aver indugiato ancora qualche istante in giardino, rientrò al castello, prese il cavallo e, spronandolo al galoppo, si diresse verso il castello da Romano per chiedere consiglio al suocero Ezzelino il Balbo.
Arrivò al castello la sera stessa e fu invitato a restare per la cena. Soltanto durante il banchetto Tiso trovò il modo di confidarsi col suocero che gli era seduto accanto.
- Temo - disse - di dovervi chiedere consiglio su una proposta che mi è stata fatta questo pomeriggio. Si tratta di una proposta di matrimonio per Gerardo. Come sapete Manfredo da Baone è morto e sua figlia Cecilia è in età da marito... Così Spinabello è venuto a chiedermi di combinare il matrimonio tra mio figlio e Cecilia.
- Gerardo cosa ne pensa? -chiese in tono affabile il Balbo.

- Beh, so che ha visto la ragazza una volta a messa e ne è rimasto affascinato, ma non sa ancora niente di questa proposta perché si trova in Friuli e tornerà solo fra otto giorni. Spinabello mi ha concesso tempo fino ad allora.
Ezzelino il Balbo non rispose subito, ma i suoi occhi avevano assunto l’espressione astuta e maliziosa di una vecchia volpe e solo dopo qualche secondo di riflessione si decise a parlare.
- Tiso, mio caro figliolo, questa è una decisione molto importante, è vero che la ragazza è estremamente ricca ma prima si deve chiedere a Gerardo cosa ne pensa. Credo si debba riflettere bene, quando tornerà tuo figlio dal Friuli gli faremo la proposta e vedremo quale sarà la sua reazione. Ma adesso basta, vieni brindiamo alla splendida gioventù dei nostri figli!
Il banchetto si protrasse fino a notte inoltrata e, poiché sarebbe stato pericoloso galoppare nel buio senza scorta dopo una serata in cui si era bevuto e mangiato un po’ troppo, premurosamente il Balbo volle che, quella notte, Tiso restasse al castello e così gli fece preparare le stanze che un tempo erano state di Cunissa.
La notte trascorse tranquilla e il mattino seguente Tiso partì di buon’ora per poter andare a far visita ad un suo vecchio amico prete che si era ritirato in un’antica badia di campagna.
Ezzelino il Balbo vide dalla finestra della sua stanza il genero che montava a cavallo e si allontanava e non appena questi non fu che fu un puntino lontano nella nebbia del mattino chiamò uno dei suoi uomini più fidati e gli ordinò di portare un suo messaggio a Spinabello. Di nuovo alla finestra, osservò il suo messo partire e quando anch’esso sparì nella nebbia gli sembrò di risentire i singhiozzi del padre; credette d’aver sentito i rumori che il vento creava passando attraverso le feritoie delle torri, credette d’aver immaginato. Ma tutti nel castello dissero d’aver udito qualcuno piangere.
Il messo arrivò da Spinabello e gli riferì il messaggio. Era una proposta di matrimonio, Ezzelino il Balbo chiedeva la mano di Cecilia per suo figlio Ezzelino che, anche se era di parecchio più vecchio di lei poteva offrirle una vita lussuosa e piena d’amore, poiché avendola vista un giorno in chiesa se ne era perdutamente innamorato. Naturalmente il vecchio Ezzelino aveva esagerato, ed aveva persino voluto rubare i sentimenti del nipote per regalarli a suo figlio il quale però, fu informato della cosa soltanto il giorno seguente. Spinabello gli credette. Si prese otto giorni per pensare e, credendo di procurare a Cecilia un partito migliore del primo, gli diede buone speranze di riuscita.
Nel frattempo il Balbo aveva mandato due dei suoi uomini più temibili in Friuli a procurare qualche impedimento a Gerardo il quale, secondo i suoi piani, avrebbe assolutamente dovuto tardare il suo ritorno di almeno due o tre giorni. Non si seppe mai esattamente cosa accadde, ma Gerardo tornò a casa troppo tardi; Cecilia era già promessa ad un altro.
Le armature dei cavalieri scintillavano sotto il sole basso del crepuscolo, il tintinnio battagliero delle loro armature quel giorno sembrava un canto di gioia e le spade addormentate dentro foderi intarsiati erano docili orpelli di guerra. I cavalli preparati come il giorno del torneo seguivano il passo in una lenta danza di gioia e quando si fermarono davanti al carico prezioso che dovevano portare fin dal loro signore, sembrarono pronti alla battaglia. Cecilia appariva in tutta la sua bellezza alla luce di un sole morente e sfrontato che osava baciarle la bocca e il viso. Salì in carrozza con due delle sue dame più care mentre molte altre la seguirono in corteo fino alla sua nuova dimora.
Quando arrivò a Bassano era già sera e raggiunse il suo sposo attraverso un viale di torce che la seguirono fin dentro la corte. Cecilia aveva il viso coperto da un velo finemente bordato e il broccato giallo dell’abito donava alla sua figura un che di etereo e leggiadro tanto che qualcuno osò riferire che quella dama era nata da un sogno.
Il giorno delle nozze tutta la nobiltà di quei luoghi era stata invitata a partecipare alla festa; vi erano, naturalmente, anche Tiso da Camposanpiero con tutta la sua famiglia che, dal momento stesso in cui mise piede in chiesa, giurò davanti a Dio che mai avrebbero perdonato un affronto simile; il Balbo, non senza malizia e crudeltà, aveva voluto Cunissa accanto per costringere lo stesso Tiso a celare il suo rancore e a sedersi vicino al suocero.
Gerardo sentiva il cuore lacerarsi di rabbia e dolore, la donna che aveva sognato e voluto era stata gettata fra le braccia di un uomo che non l’amava e che avrebbe soddisfatto i suoi turpi desideri giacendo con lei fra lenzuola che da tempo sperava allestite per lui. Seminascosto dietro la colonna più vicina all’altare della navata di destra, guardava Cecilia con gli occhi di chi cerca di saziare il proprio animo con quel fiele dolcissimo che solo un amante tradito comprende... la sposa si tolse il velo e Gerardo fu perso in quegli occhi pieni di lacrime che gli sembrava chiedessero aiuto; quando Cecilia si voltò a viso scoperto per uscire dalla chiesa, a molti sembrò di guardare lo specchio della Madonna in trono che, imponente ed impassibile, era dipinta sulla pala d’altare dietro di lei.
Per quindici giorni si fece festa al castello da Romano e la corte rimase bandita con ogni delizia in tutti i momenti del giorno in modo che chiunque potesse partecipare alla gioia di quella casa.
La giovane sposa non aveva potuto rifiutare il matrimonio che Spinabello le aveva procurato, sapeva di non poter scegliere e sperava che il suo tutore, per amor di suo padre, l’avesse donata ad un uomo che lei, in qualche modo avrebbe potuto apprezzare. Ma dopo aver giaciuto per la prima volta con quel marito che lei, appena sedicenne, vedeva così vecchio volle esser lasciata sola e mentre Ezzelino tornò a far festa per tutta la notte, qualcuno la sentì piangere fino al mattino.
Il suo corpo di giovane donna era così liscio e sodo che, dopo quella prima notte, Ezzelino non riuscì più a staccarsene, le sue labbra erano così dolci da rubargli un po’ di senno ogni volta che le sfiorava, e i suoi seni così ben fatti che nessuno mai vide Ezzelino tornare nelle sue stanze se non per cambiarsi d’abito. Fu così che ben presto quel ventre di fanciulla diede alla luce una bimba: Agnese, la quale, a soli dodici anni fu data in moglie al conte Antonio de Guidoti, da cui poi ebbe un figlio di nome Ansedisio.
Trascorso qualche anno accanto a quell’uomo burbero ma premuroso, la bella Cecilia aveva imparato ad apprezzarlo e forse anche ad amarlo; a volte pensava alla sua vita, la vedeva trascorrere lenta e monotona ma, anche se spesso desiderava tornare per qualche giorno nelle sue terre, le stesse in cui era cresciuta da bambina, tutto sommato, poteva dirsi felice.
Un bel giorno d’estate, dopo una lunga passeggiata a cavallo con Ezzelino, finalmente si decise a chiedere al marito di poter andare a vedere i suoi possedimenti.
- Vorrei - disse - tornare nelle mie terre per qualche tempo, vorrei rivedere i luoghi in cui sono nata e cresciuta e mostrarveli, l’estate è la stagione migliore per farlo...
- Capisco - rispose Ezzelino - anch’io amo le mie terre e non posso starne a lungo lontano. Potrete tornare alla casa di vostro padre per qualche giorno, io non potrò venire con voi perché ho degli affari importanti da sbrigare a Verona, ma al mio ritorno vi raggiungerò. Partirete domani con trenta servitori e una piccola scorta.
Quella notte Cecilia, ebbra di gioia per il permesso ottenuto, amò il marito come non avrebbe mai più fatto e, stringendolo a sé, si addormentò sognante sul suo petto forte e sicuro, quasi paterno.
Il mattino era fresco e luminoso, tutti i preparativi erano già stati fatti, restava solo da partire. Cecilia baciò teneramente Ezzelino prima di salire in carrozza e quando, finalmente, i cavalli cominciarono a muoversi, si sentì come un animale appena liberato, in grado di correre o volare a perdifiato verso la sua casa. Il paesaggio rigoglioso delle terre di suo marito l’avvolgeva come una nebbia irreale che ovattava ogni emozione e quando riconobbe le prime pietre che segnavano l’inizio dei suoi possedimenti credette di entrare in un’altra dimensione, calda e luminosa come quel sole d’estate che le accarezzava il viso.
Fu solo verso mezzogiorno che arrivò a Sant’Andrea del Muson dove, su una collina non troppo alta si ergeva il suo castello di sempre che inondato di luce le pareva più accogliente e vivace che mai; vi entrò trionfante e fu accolta dal vecchio Spinabello e dai suoi servitori con grandi onori e magnificenza. Le dame che l’avevano accompagnata furono fatte accomodare nelle stanze che erano state allestite per loro, Cecilia ritornò nella stanza che l’aveva vista crescere e, dopo essersi riposata dal viaggio, si cambiò d’abito e scese per il pranzo.
Dopo il banchetto, dato che la calura del giorno era divenuta meno oppressiva e l’aria era più fresca, Cecilia decise di andare a fare un giro a cavallo per sue terre per mostrare quanto esse fossero verdi e rigogliose alle dame sue ospiti. Furono preparati i cavalli e, sotto la scorta di un piccolo manipolo di cavalieri del luogo, uscirono dal castello dirigendosi verso i campi e i boschi che esse riempirono di cicalecci gentili e risate argentine; il loro parlare e i loro abiti di veli e sete finissime che, dolcemente, si muovevano al vento, le avvolgevano in una girandola di note e colori che, in lontananza, le facevano sembrare le fate immaginarie dei miraggi d’estate.
Mentre stavano rientrando al castello si fermò presso di loro Gerardo da Camposanpiero il quale, trovandosi in quelle zone, disse d’aver saputo della presenza di sua zia presso il castello e gli era sembrato doveroso renderle omaggio. Il giovane pareva accaldato ma in sella a quello splendido baio, il suo sorriso e la sua figura slanciata ed elegante rubarono l’attenzione di tutte le dame.
Cecilia si avvicinò al suo cavallo, gli sorrise e galoppò con lui fino al castello. Lo invitò a restare per la cena e lo fece accomodare accanto a lei. Era felice quella sera, aveva attorno le sue più care amiche, era nella sua casa di sempre e vicino a lei sedeva quell’uomo che, come mai prima d’allora, le faceva sussultare il cuore in petto; tremava davanti alle emozioni che le facevano provare i suoi occhi gentili ogni volta che le si posavano addosso, avrebbe voluto essere stretta da quelle braccia giovani e forti, avrebbe voluto respirare il suo fiato e perdersi di gioia sulle sue labbra. Ma i suoi pensieri erano pensieri segreti, forse quell’uomo era così caro e gentile soltanto per rispetto di suo zio Ezzelino...
Subito dopo la cena, essendo affaticate da quella lunga giornata, quasi tutte le dame presero congedo e si ritirarono per la notte. Gerardo chiese allora alla padrona di casa di restare solo con lei per poterle parlare in privato; Cecilia, arrossì un poco e, anche se disse d’essere molto stanca, si fece accompagnare nei suoi appartamenti e gli concesse qualche minuto.
Come fu solo con lei Gerardo chiuse la porta con il chiavistello e cominciò a parlare.
- Mia signora, vi ho amato dal primo momento che vi ho vista... sono passati ormai più di cinque anni da quando speravo di potervi fare mia sposa, di potervi rendere felice tanto quanto non lo siete mai stata con quel vecchio che avete per marito e che purtroppo è mio zio. Ho sognato per notti intere di potervi stringere fra le braccia e baciare la vostra pelle d’avorio...
- Basta vi prego! Non voglio sentire altro - esclamò Cecilia - sono una donna sposata e non potete, non dovete mettere alla prova il mio resistervi; mio marito è un uomo buono e gentile e io non voglio...
- Anche voi siete stata ingannata dal Balbo, anche voi sapete d’essere intrappolata al fianco di un uomo che, anche se rispettate, non amate... I vostri occhi non riescono a mentire, le vostre parole non sono altro che vani tentativi di tenermi lontano! Non mi trovavo in queste terre, ho galoppato fin qui non appena ho saputo che eravate venuta sola, sono qui per vendicarmi del torto che ci è stato fatto quando vi hanno costretta a sposare un uomo che non volevate. Giacete con me questa notte! Non costringetemi a farlo con la forza, contro il vostro volere... dirò che vi ho violentata comunque, questa sarà la mia vendetta, non infangherò il vostro nome ma il mio!
Cecilia piangeva sommessamente, non riusciva a proferire parola e ascoltava quella voce che amava come se in tutta la sua vita non avesse desiderato altro che sentire quelle cose terribili, guardava il viso di Gerardo e lo vedeva bello e dolcissimo come quella prima volta in Chiesa... perché il destino l’aveva unita ad un altro! Perché nessuno le aveva mai chiesto se era realmente felice? se Ezzelino era davvero l’uomo che amava? se il suo cuore era perso per un altro?
Non poteva guardare Gerardo negli occhi, non voleva correre fra le sue braccia e lasciarsi baciare non sapeva se doveva provare finalmente l’amore. Gli chiese perdono, gli chiese d’andarsene e gli disse che nessuno avrebbe saputo di quel colloquio ma sentiva il dolore e l’amore di Gerardo urlare, sentiva il suo cuore impazzire, per poco non svenne. Si sentì mancare ma non cadde, le braccia dell’uomo che amava da sempre la sorressero, la strinsero, le diedero forza.
- Vi amo - disse con un filo di voce Cecilia -, vi ho sempre amato...
Le loro anime riuscirono quasi a sfiorarsi, vendetta e dolore fuggirono dai loro cuori, lasciandoli liberi d’amarsi almeno per quella notte; il loro primo bacio fu così intenso da farli piangere entrambi. Passarono la notte insieme, uniti in un abbraccio dolcissimo e struggente il cui ricordo, per tutta la vita, li avrebbe tenuti legati. Conobbero l’amore solo fra le braccia l’uno dell’altra, mai più avrebbero mostrato i loro cuori a qualcuno.
Il mattino seguente restarono a lungo stretti piangendo avvolti dalla luce dell’alba, Gerardo sentiva di dover portare a termine il compito che suo padre e la sua famiglia gli avevano imposto, ma il suo cuore amava lo strumento della sua vendetta, sapeva che il suo gesto l’avrebbe distrutta e non voleva.
- Cecilia amore mio - le disse dolcemente - non diremo nulla. Non bramo più vendetta, i tuoi baci sono il mio ristoro.
- E invece porterai a termine il tuo compito! - esclamò Cecilia tra lacrime di rabbia e rancore - sono stata derubata del tuo amore per tutti questi anni, sono stata imprigionata fra le braccia di un vecchio, non è più la tua famiglia che devi vendicare ma noi stessi, il tempo e l’amore che ci hanno sottratto. Se non chiamerai tu il tuo servo lo farò io.
Lentamente, Gerardo si alzò dal letto, si mise qualcosa addosso e con il capo rivolto al suo amore si diresse verso la porta. L’aprì senza proferire parola. Rimase qualche attimo come sospeso tra la camera e la porta poi urlò il nome di un servo. Tutto il suo rancore era scomparso in quel grido, l’amore di quella notte gli si era infilato nel cuore come fosse una scheggia pungente e la sua anima gli pareva prosciugata.
Quando il servo arrivò Gerardo era pallidissimo, lo guardò e gli disse: - Prendi quest’anello di nozze, corri al castello da Romano e grida in faccia ad Ezzelino il Balbo che stanotte, in quel letto che doveva essere di suo figlio, Gerardo da Camposanpiero ha compiuto la sua vendetta.
Il servo si allontanò e Gerardo richiuse la porta dietro di sé. Si lasciò cadere sul letto, ancora una volta volle gustare l’amore di Cecilia; spossato e devastato dal dolore, desiderò di morire fra le sue braccia. Ma il sole ormai era alto nel cielo, non poteva restare, un ultimo bacio e partì”.
Una delle donne presenti ruppe in singhiozzi e la vecchia smise di parlare. Il volto di quella donna, che doveva essere benestante a giudicare dall’abito e dalle due dame di compagnia che la seguivano, era divenuto rosso d’un tratto, non riusciva ad arrestare le lacrime anche se ora non singhiozzava più. Una delle sue dame le sussurrò qualcosa all’orecchio e lei, con un sorriso forzato, riuscì finalmente a calmarsi, a chiedere scusa alla compagnia e, assicurando tutti che non avrebbe più interrotto, pregò la vecchia di ricominciare il racconto. “Bimba mia - riprese la vegliarda - non piangere, non sprecare le tue lacrime preziose per chi non lo merita. Ama, e fallo senza riserve, anche la vendetta è terribile se si hanno rimpianti...
Dunque, dove ero rimasta? Ah sì, ora ricordo. Quando il servo inviato da Gerardo arrivò al castello da Romano trovò Ezzelino il Balbo a tavola con il figlio, che ancora non era partito per Verona, con molti ospiti illustri. Disse di venire dal castello di Sant’Andrea del Muson e chiese di poter parlare in privato con il Balbo e il figlio.
- Non ho nulla da nascondere ai miei ospiti, enuncia pure il tuo messaggio, disse con tono gioviale il Balbo.
- Signore, azzardò il servo, credo sia meglio parlarne in privato...
- Parla o ti farò tagliare la testa! replicò ridacchiando il Balbo cui si unì la risata degli ospiti.
- Ebbene, mi manda vostro nipote Gerardo da Camposanpiero...
- E che ci faceva Gerardo, domandò Ezzelino con lo stesso tono scherzoso, a Sant’Andrea del Muson?!!
- Compiva, fra le vostre lenzuola, la sua vendetta. Questo è l’anello che vi manda per dimostrarvelo.
Nessuno più rideva. D’un tratto l’aria gioviale del banchetto era diventata tesa e irrespirabile; il silenzio nel quale restò immersa per qualche istante pareva quasi surreale. Ezzelino era immobile con l’anello di sua moglie in mano senza riuscire a proferire parola. Suo padre invece, tuonò contro tutta la famiglia dei Camposanpiero chiedendo vendetta. Gli ospiti rimasero in silenzio poi, lentamente, si allontanarono da quella casa.
Il Balbo era paonazzo di rabbia, a guardarlo bene si sarebbe potuto pensare che avesse la bava alla bocca; ingiuriò i Camposampiero senza il minimo ritegno, maledisse il nome di sua figlia il cui grembo aveva generato tanta disgrazia, poi in un attimo di lucidità estrema decise come reagire. Chiamò un messo e lo mandò al galoppo a Padova per chiedere a tutta la cittadinanza di aiutarlo a vendicare tale ingiuria, poi guardò il figlio che fino ad allora non si era mosso e, mentre usciva speditamente dalla stanza gli disse: - In quanto a te, sai quello che devi fare.
Ezzelino accennò un sorriso che pareva una smorfia ma non si mosse. Rimasto solo cominciò a piangere. Non sapeva dire se quel dolore fosse dovuto all’ingiuria o al fatto che aveva perso Cecilia ma non poteva arrestare quelle lacrime calde e salate che gli rigavano il volto. Dopo qualche minuto si alzò, si infilò l’anello che gli era stato consegnato e, raccolte tutte le forze, si diresse lentamente verso le stalle del castello. Come entrò nella stalla, fu colto da uno strano malore che gli parve dovuto al dolore ed alle forti emozioni provati quella sera, certamente acuiti da quella imponente dose di vino poco prima trangugiata durante il banchetto. Le gambe gli vennero meno e dovette sedersi sullo sgabello dello stalliere senza più riuscire a muoversi fino al mattino. Rimase in quello stato parecchie ore ma non gli fu possibile regalare al suo corpo ed alla sua più che turbata mente la consolazione di un sonno risanatore.
Quando il sole era ormai alto nel cielo riuscì ad alzarsi e, seguito dal fedele cane da caccia che ormai da tre anni gli regalava la sua forza e il suo coraggio, prese il suo baio più veloce e si lanciò in una corsa sfrenata verso Sant’Andrea del Muson.
Ezzelino era montato in groppa al cavallo in uno stato di semi-coscienza che rendeva i suoi riflessi rallentati ma che pareva quasi rinvigorire la sua forza; tutto il suo corpo era scosso da una specie di scarica elettrica che gli faceva tremare ogni muscolo, ogni nervo...
La corsa sfrenata, la calura estiva, la rabbia e il dolore fecero immergere i pensieri d’Ezzelino in una sorta di nebbia onirica lontana dai tormenti di quell’infausto giorno; il suo inconscio aveva cancellato ciò che era successo, ragionava, credeva d’essere lucido e forse lo era. Di colpo i suoi pensieri si fermarono a fissare insieme ai suoi occhi la criniera mossa dal vento del cavallo, cominciò a pensare che se fosse riuscito a diventare il suo cavallo avrebbe potuto portare Cecilia in un posto lontano, avrebbe corso giorni interi per cercare quella radura di cui lei sempre sognava, le avrebbe mostrato tutti i posti meravigliosi dei quali conosceva solo i nomi, si sarebbe sfiancato per lei, per il suo sorriso, per una sua, semplice, amorevole carezza. Ezzelino era il suo cavallo, sentiva d’essere lui stesso a galoppare e il sudore di entrambi gli appariva così mischiato da fargli pensare fosse uno soltanto.
Osservava i suoi zoccoli e vide che si stavano ora lentamente trasformando in zampe con unghie e polpastrelli, non era più un cavallo potente ma un cane, un cane dal pelo fulvo... Era diventato quel cane che correva accanto al baio, vedeva la terra con i suoi occhi e sentiva amplificati per cento, mille volte tutti gli odori del bosco. Pensò a sua moglie, avrebbe ringhiato furiosamente per difenderla riservando solo a lei le leccate, le corse a perdifiato sul prato e le notti invernali accoccolati insieme davanti al fuoco...
Una luce fortissima gli fece chiudere gli occhi. Di colpo era uscito dal bosco e davanti a lui c’era solo una vasta pianura coltivata a grano. L’oro delle spighe gli ricordò i capelli fini nei quali amava tuffarsi, spronò il cavallo e in mezzo a quel campo sentì il profumo della pelle di Cecilia.
Lasciandosi il campo alle spalle, si avviò verso la strada di pioppi che portava al fiume, c’era molto fango, gli parve strano in quella stagione... nel suo delirio egli credette di riconoscevi una sorta di brodo e ribollente che, secondo quella sua improvvisa allucinazione, i Camposanpiero avevano così ben preparato per lui.
Non era nemmeno giunto al fiume quando vide muoversi scortata da qualche guardia e da alcuni servitori una carrozza che lentamente gli si avvicinava. Fermò bruscamente il cavallo e restò fermo ad osservare. L’andamento monotono ed ondeggiante di quella processione che avanzava indifferente nella calura estiva, lo aveva fatto ritornare in sé, mentre la sagoma della carrozza e degli uomini che l’accompagnavano, essendo controluce, gli apparve così scura e triste da fargli addirittura pensare d’essersi imbattuto in un corteo funebre.
Quando quel corteo gli si fece più vicino riconobbe il suo stemma di lati della carrozza e capì che dentro vi avrebbe trovato sua moglie di ritorno verso una casa da cui, inevitabilmente, sarebbe stata scacciata.
Restò immobile sul cavallo, quelli della scorta credettero di vedere una statua ma quando gli si fecero più vicino riconobbero il loro signore. La carrozza fu fermata e Cecilia ne scese. Ezzelino smontò da cavallo e si diresse lentamente verso la moglie che lo osservava attraverso il velo viola che le copriva il volto.
L’atmosfera tutt’intorno era inerte e silente; gli uccelli non cantavano più, gli animali del bosco tacevano, gli uomini e le donne della scorta di Cecilia avevano quasi smesso di respirare e persino il vento si era arrestato. Tutto era immobile nell’attesa.
Ezzelino spostò il velo della moglie con un gesto fermo e deciso ma al tempo stesso dolcissimo; volle guardarla negli occhi. Cecilia non si mosse e ne sostenne lo sguardo. Rimasero un attimo l’uno di fronte all’altra, Cecilia sembrava un’altra, i lineamenti del suo viso erano induriti dal dolore, le labbra morbide e rosse che la caratterizzavano si erano trasformate in un livido tratto e i suoi occhi erano del colore del pianto. Ezzelino le sfiorò una gota, lei non si ritrasse, rimase immobile ma pareva fatta di neve. Non si dissero nulla ma si compresero.
Lentamente Cecilia risalì in carrozza e il corteo ricominciò a muoversi. Ezzelino la seguì a cavallo a qualche metro di distanza.
Quando arrivarono al castello lei salì nelle sue stanze e cominciò a fare i bagagli; il giorno seguente sarebbe stata riaccompagnata a Sant’Andrea del Muson.
Non una parola, non una lacrima; solo dolore e amarezza in attesa di una guerra fratricida. Quell’Elena bellissima se ne andava, scappava da una casa che l’aveva catturata con l’inganno e si allontanava per sempre da un uomo che pur senza amarlo aveva, in qualche modo, imparato ad apprezzare.
Quella notte le mura del castello gemettero sotto il peso dei sospiri dei morti i quali sapevano a quale infausto destino la loro casata sarebbe andata incontro; quella notte qualcuno credette di udire grida d’angoscia e disperazione echeggiare per tutta la campagna intorno.
Il mattino seguente fu preparata una scorta per riaccompagnare Cecilia la quale, incrociando il servo del Balbo di ritorno da Padova, dal suo volto capì d’un lampo quanta sofferenza avrebbe arrecato a quelle terre il suo amore negato. Ma ormai il cavallo era dentro le mura di Troia e nessuno avrebbe più potuto evitarne l’assalto”.
La vegliarda si interruppe di nuovo. Si strinse nello scialle scuro che le ricopriva anche buona parte del capo e chiese di ravvivare il fuoco; subito due giovani buttarono sulle braci qualche pezzo di legna.