Quella
gente, le loro grida…
Il giudizio era già stato pronunciato, e non capiva
che cosa stessero aspettando. Una sua reazione forse.
Scoppiò a ridere. I presenti rabbrividirono. Le grida
tacquero per qualche istante poi ripresero più forti
di prima.
La stavano conducendo in una piazza ma l’avevano seviziata
a tal punto che, per quasi tutto il tragitto, rimase
senza sensi. Quando riprese conoscenza era legata
strettamente ad un palo. Aveva voglia di piangere
ma si trattenne; non avrebbe mai dato soddisfazione
a quella misera umanità che l’aveva condannata solo
perché non era in grado di capire.
Un francescano le si stava avvicinando e lei sorrise.
Non disse nulla ma chinò il capo in un gesto di resa
e, risollevandolo, sperò di sentire sul viso la sensazione
delle gocce dell’acqua benedetta. Chiuse gli occhi
e l’acqua le fece sciogliere le lacrime. Il frate
le bisbigliò qualcosa che non capì poi lo sentì gridare
che si era pentita, che aveva rinunciato al maligno
rinascendo a nuova vita e che dunque poteva concederle
la bevanda dell’oblio. Si ritrovò a bere un preparato
amarognolo che profumava di mandorle. Il frate la
benedisse e si allontanò velocemente ma la sua figura
dai contorni sfumati le rimase impressa ancora qualche
istante.
Improvvisamente vide il fuoco. La vista le si era
annebbiata e sentiva che avrebbe perso i sensi; tentò
di lottare con tutte le poche forze che le erano rimaste
ma il calore stava diventando insopportabile ed il
fumo nero che l’avvolgeva la faceva soffocare.
L’odore acre di bruciato che le aleggiava intorno
le ricordava quello di una festa, di una festa paesana
cui aveva assistito da bambina dove guitti, menestrelli
ed acrobati si esibivano accanto ad un uomo alto e
scuro che sputava fuoco. Si perse in quel ricordo.
Il frate, forse quello stesso frate che l’aveva benedetta
con l’acqua santa, si accingeva ad indossare i paramenti
sacri per benedire i campi ed il raccolto mentre il
mangiafuoco faceva gargarismi con quel suo intruglio
incendiario. I preparativi per la sagra paesana, l’atteso
grande evento della stagione estiva, erano quasi terminati;
donne dai copricapi colorati camminavano velocemente
fra le bancarelle del mercato ridendo e agitando le
loro infaticabili mani. Nastri multicolori facevano
capolino ad ogni angolo distraendo garzoni affaccendati
e contadini sudati che tornavano a casa ad indossare
l’abito buono, quello della festa, quello delle grandi
occasioni. Forse quello sarebbe stato il giorno in
cui avrebbero potuto avvicinare la ragazza dei loro
sogni, colei che aveva intrecciato al meglio capelli
e fiori e che, forse, avrebbe concesso loro un sorriso.
La benedizione dei campi non era stata lunga e, dopo
alcune parole spese per i due giovani che avevano
deciso di annunciare la propria unione fra quel grano
dorato e abbondante, tutti si avviarono felici verso
la piazza. Le ragazze camminavano lentamente cinguettando
fra loro e raccogliendo qualche papavero rosso che
si appuntavano sul cuore o sui capelli. Gli uomini
invece, giovanotti dalle braccia poderose, si davano
un tono masticando un filo d’erba cercando di farsi
notare e facendosi scherzi fra loro ridevano forte.
D’un tratto il ricordo divenne meno vivido e parve
dissolversi nella nebbia. Credette di svenire…
Mentre una carrozza scura portava Aglaia verso il
luogo dove aveva trascorso i suoi anni più belli,
lei ripensava al suo passato con gli occhi velati
di pianto. Si sentiva come se avesse vissuto due volte;
come se ad un certo punto la sua vita si fosse fermata,
come se avesse provato la morte per poi rinascere
nel seno di una nuova madre, una donna bruna che profumava
di rose e gelsomini. Si rifugiò nell’angolo più scuro
della carrozza e chiuse gli occhi. Rammentava bene
quella notte ma quando il suo pensiero tornava a quei
terribili momenti, ricordava quelle sensazioni come
appartenenti ad un’altra, come se avesse assistito
alla scena senza prendervi parte, come se tutto quel
dolore non fosse stato suo ma di un’altra donna.
Aveva forse tredici anni quando quegli uomini la presero.
Aveva passato il pomeriggio a raccogliere noci nelle
campagne attorno a Firenze ed era felice di essere
riuscita a raccoglierne una quantità che il suo padrone
avrebbe certamente apprezzato. Non aveva mai conosciuto
i suoi genitori ed era stata allevata da una vecchia
che aveva avuto pietà di lei ma che, non appena raggiunta
l’età per poter lavorare, l’aveva mandata a servizio
presso una famiglia nobile. Stava rincasando quando
cominciò a far scuro. Il tramonto tingeva il cielo
dei colori più vivi del fuoco e, benché facesse già
piuttosto freddo, le piaceva quella brezza pungente
che le solleticava le guance.
D’un tratto sentì gli zoccoli dei cavalli di un drappello
di soldati che si stava avvicinando. Si era spostata
su un lato della strada per lasciarli passare ed era
rimasta ferma con il cesto delle noci stretto in mano
ad osservare quei bagliori rosso e arancione che il
sole morente rifletteva sulle loro scintillanti armature.
Sembravano quasi esseri sovrannaturali, esseri mandati
dal cielo per compiere chissà quale importante missione.
Il capo del drappello rallentò l’andatura quando la
vide. Le si fermò accanto e, con un accento straniero
che le incuteva paura, le chiese che cosa avesse nel
cesto che teneva così stretto.
- Noci – aveva risposto senza osare sollevare lo sguardo.
L’uomo era sceso da cavallo e le aveva accarezzato
il viso. Non portava i guanti, aveva mani ruvide e
callose e la sensazione che le aveva provocato quella
carezza l’aveva fatta ritrarre impaurita. L’uomo aveva
riso forte a quel gesto, poi, in una lingua sconosciuta,
aveva detto qualcosa ai suoi compagni che si unirono
a lui in una risata che sembrava provenire dal ventre
della terra. Avrebbe voluto scappare, correre lontano,
ma le gambe non rispondevano ai suoi comandi; era
come impietrita, immobile davanti a quegli uomini,
aggrappata, come se potesse aiutarla, al cesto di
noci che stringeva forte fra le mani. D’un tratto,
si sentì alzare da due braccia poderose e si ritrovò
a cavallo. L’animale era stato spronato e ora galoppava
lontano da quei luoghi. Aveva paura ma non gridò né
cercò di liberarsi dalla stretta di quell’uomo che
la stava portando via. Si fermarono che era già notte.
Non sapeva che cosa aspettarsi, era terrorizzata e
non capiva nulla di quello che dicevano, solo dopo
molti anni seppe che quegli uomini parlavano tedesco.
Avevano preparato un bivacco e avevano acceso un fuoco.
Cucinarono qualcosa e bevvero molto ma non si scordarono
di lei. Fu il loro passatempo per quella sera. Le
legarono le braccia sopra la testa e le strapparono
le vesti. Tirarono a sorte per chi dovesse averla
per primo poi si divertirono con lei tutta la notte.
Non riusciva né a gridare né a piangere. Il ventre
le bruciava di dolore e svenne più volte. Erano in
molti, puzzavano di vino e sudore ma quasi tutti avevano
gli occhi del colore del cielo; non si fermarono fino
a quando non sorse il sole.
Pensarono fosse morta. Prima di andarsene, la buttarono
in un fosso poco profondo non molto distante dal bivacco.
Cadendo si ruppe un braccio. Rimase a lungo immobile
in quella che pensava sarebbe divenuta la sua fossa
e quando fu proprio sicura che se ne fossero andati,
finalmente, riuscì a piangere.
Non passò molto tempo; sentì la voce di una donna
che canticchiava una nenia che le sembrava di conoscere.
Aveva raccolto le poche forze che le rimanevano per
gridare aiuto. La voce aveva smesso di cantare. Aveva
sentito i suoi passi avvicinarsi e ricordava ancora
tutta la pena del grido soffocato che quella donna
aveva emesso quando l’aveva trovata.
La donna che l’aveva amorevolmente curata era di
una bellezza mai vista. La perfezione dell’ovale del
viso, gli occhi scuri grandi e profondi, le labbra
carnose ed una cascata di capelli ricci e neri che
le incorniciavano il volto le avevano fatto guadagnare,
fin dalla sua prima giovinezza, un soprannome che
ormai era divenuto parte di lei. Tutti la chiamavano
Bellezza e persino lei aveva dimenticato quale fosse
il vero nome con il quale era stata battezzata. Donna
Bellezza era divenuta per lei la madre che non aveva
mai conosciuto, fra le sue braccia si sentiva sicura,
protetta, rinata a nuova vita. Non volle tenere il
nome che le ricordava un triste passato e chiese alla
sua salvatrice di dargliene uno nuovo. Da quel giorno
fu Aglaia per tutti.
Il suo braccio era guarito perfettamente, le ferite
rimarginate e l’aborto che donna Bellezza le aveva
procurato l’aveva liberata del peso di quegli uomini
sul suo giovane seno. Quasi non riusciva a credere
d’essere nuovamente felice. Rimase con Bellezza a
lungo ma solo molti anni dopo riuscì a comprendere
appieno i suoi insegnamenti.
Abitava a Roma ormai da parecchio tempo. Frequentava
l’aristocrazia e alcuni fra i più eminenti rappresentanti
del clero che l’apprezzavano per la sua straordinaria
intelligenza, per l’amabilità del suo spirito, per
la vastità della sua cultura e, non ultimo, per la
sua intrigante bellezza. Aglaia non si era mai considerata
bella, ma i tratti irregolari del viso, l’intensità
degli occhi verdi smeraldo e la lunga chioma rossa
sempre perfettamente acconciata, riuscivano ad accendere
l’interesse degli uomini più diversi. Si era assicurata
un tenore di vita che molte delle altre cortigiane
oneste di Roma non avrebbero forse mai raggiunto.
Quando aveva saputo della cattura di sua madre non
aveva esitato un minuto, aveva fatto preparare tre
bauli, due quasi vuoti ed uno pieno di alcuni effetti
personali e, accompagnata da Porzia, la sua cameriera
personale, da Albrecht, una specie di guardia del
corpo che la seguiva ovunque e da due servi di fiducia,
era partita. Ora, seduta in quella carrozza si sentiva
squarciare l’anima. Non poteva crederci. L’ultima
volta che aveva incontrato donna Bellezza era stato
qualche mese prima quando, triste e scoraggiata, lontana
dall’unico uomo che amava, si era rifugiata nel suo
abbraccio materno per scappare dal mondo, per ritrovare
la forza di vivere; chissà, forse ora l’avrebbe rivista
attraverso una grata e forse non avrebbe potuto nemmeno
toccarla. Ma sua madre aveva bisogno della sua presenza
e lei lo sapeva.
Sentiva l’anima gridare, ma non con la sua voce.
Era l’anima di Bellezza a gridare. Fin da quando
l’avevano portata in quella segreta scura e maleodorante
sita sotto le stanze della tortura, aveva pensato
che questa volta si sarebbe compiuto il suo destino.
Era ormai avanti con l’età anche se sul suo viso,
sotto rughe ancora non troppo evidenti, si potevano
notare i segni di una straordinaria avvenenza che
non l’aveva ancora abbandonata quasi avesse per questo,
fatto un patto con il demonio.
Erano stati a casa sua quel giorno ed il grande cane
nero, che le faceva compagnia da molti anni, fin dal
mattino si era mostrato irrequieto ringhiando e aggirandosi
sospettoso in casa ed in giardino, mentre tutto intorno
taceva. Il silenzio di quella mattina primaverile
sembrava irreale, nessun uccello cantava, le galline
nell’aia sembravano ammutolite, il gatto era sparito
dalla sera precedente e persino il vento pareva essersi
fermato in attesa. Solo il baritonale brontolio del
cane rompeva la quiete.
Aveva tentato di immaginare quel giorno per molti
anni e, pur non avendolo mai pensato a quel modo,
capì immediatamente che era giunto il momento. Quella
mattina si era svegliata presto, si era lavata con
cura, aveva raccolto i capelli sulla nuca ed aveva
indossato un sobrio abito scuro, poi si era seduta
sui gradini davanti la porta di casa a filare.
D’un tratto l’aria risuonò di lugubri passi ferrosi
e un piccolo drappello di soldati si fermò poco distante
dalla sua casa.
Il cane nero ringhiava ferocemente.
Qualcuno diede ordine di scendere da cavallo e avvicinarsi
alla casa. Il cane si avventò rabbiosamente contro
due soldati, ne ferì uno e quasi uccise il secondo.
Gli altri si ritrassero spaventati, gridando per tenere
lontano quella bestia feroce e trascinando faticosamente
i corpi dei due malcapitati nel tentativo di ritornare
verso i propri cavalli.
Bellezza continuava a filare.
Una voce tuonò, i soldati tacquero immediatamente
e un cavallo fu spronato al galoppo. Il cane gli si
avventò contro con tutte le sue forze ma non appena
gli fu vicino fu trafitto da un colpo di spada. Si
rotolò a terra con un guaito ma si rialzò subito.
Un secondo colpo, più forte e preciso del primo lo
ferì nuovamente e questa volta non riuscì più a rialzarsi.
Il cane giaceva sull’erba, coperto di sangue ma continuava
a ringhiare.
Bellezza si sentì sollevare da mani robuste. Fu chiusa
in una gerla di legno di faggio e in quel modo fu
trasportata fino alle segrete della Rocca di Fiano
Romano nelle terre degli Orsini.
Quando Aglaia arrivò davanti alla Rocca era ormai
sera. La campana del paese aveva già suonato i vespri
e tutto intorno era silenzio. Il palazzo che si ergeva
davanti a lei era alto, imponente, tetro, quasi minaccioso,
così diverso da come lo ricordava tanto che per un
attimo credette d’aver sbagliato strada. Rimase immobile
qualche istante poi, riconoscendo uno degli stemmi
sul muro aprì la porta della carrozza.
Scese trattenendo il fiato, si aggiustò il cappuccio
scuro del mantello e si diresse verso la porta principale.
Camminava lentamente ma il suo incedere era sicuro
e, vedendola camminare, nessuno avrebbe potuto pensare
che, lungo quei pochi metri che la dividevano dall’entrata
del palazzo, il suo animo fosse così tormentato da
toglierle quasi il respiro. Man mano che si avvicinava,
la Rocca le sembrava mutare forma fino a quando non
le parve di vedere la bocca di un mostro infernale
che tutto inghiotte e divora. Per un istante pensò
di fuggire lontano, ma fu il pensiero di un solo istante.
Continuò a camminare e si fermò davanti al portone.
Bussò ripetutamente con forza. Dopo qualche minuto
qualcuno andò ad aprire.
Si trattava di un giovane soldato che non poteva avere
più di vent’anni. Aveva i capelli scuri ed il fisico
asciutto ma sul viso si leggeva distintamente il passaggio
del vaiolo.
Porzia aveva seguito la sua padrona e si era fermata
poco dietro di lei. Quando il giovane si era affacciato
aveva dovuto faticare per trattenere il disgusto mentre
Aglaia sorrise d’un sorriso che lo fece restare senza
fiato.
Lo guardava dritto in volto senza scomporsi, sorrideva,
pareva non accorgersi nemmeno del suo viso orribilmente
butterato. Scusandosi per l’ora tarda gli disse che
aveva fatto un lungo viaggio e, dolcemente, gli chiese
se fosse ancora possibile vedere una delle prigioniere.
- Mi deve scusare se insisto – disse Aglaia avvicinandosi
un poco – so che probabilmente le hanno ordinato di
non fare entrare nessuno ma… vorrei vedere mia madre.
Le prometto che non resterò a lungo con lei, la prego…
Nessuna donna lo aveva mai guardato in quel modo.
Il giovane soldato rimase incantato dalla dolcezza
di quel viso e dalla forza di quello sguardo. Per
la prima volta nella sua vita, si sentì attraente.
Non avrebbe mai permesso che occhi come quelli si
riempissero di lacrime e non seppe dire di no alla
richiesta che gli era stata fatta.
Aglaia e Porzia furono accompagnate in silenzio fin
alla porta della cella in cui era stata rinchiusa
Bellezza ma solo Aglaia entrò nella stanza. La donna
che era divenuta sua madre giaceva in un angolo e
quando il soldato richiuse la porta alzò la testa
e sorrise.
- Sapevo che saresti venuta – disse a voce bassissima
– come è andato il viaggio?
Aglaia voleva piangere ma si trattenne.
- Non credo che questa volta riuscirò a salvarmi,
– continuò Bellezza – dicono che sono una maestra
di stregoneria, dicono che faccio incantesimi e malie.
I miei giudici hanno paura. Gli uomini hanno sempre
paura di una donna che non possono dominare, che non
comprendono, che conosce cose che loro neanche possono
immaginare…
- E tu? Tu hai paura mamma?
- Non so. Credo. Oggi ho sentito i gemiti dei torturati
morenti. Vieni qui, fatti abbracciare.
Restarono qualche minuto strette quasi senza respirare,
poi Aglaia si rese conto di percepire il battito del
cuore della madre. Passava attraverso il suo corpo,
pompava il suo sangue, era nel suo petto… l’unione
era col mondo.
Quando sua madre si sedette nuovamente sul pagliericcio
nell’angolo la piccola cella rimbombò. Il soldato
batteva alla porta e quei colpi arrivarono ad Aglaia
come frecce; sentì un dolore così lancinante che credette
di svenire. Un attimo dopo si ritrovò fuori dalla
cella, sorretta da Porzia che camminava veloce dietro
al giovane butterato che, silenzioso, le riaccompagnava
all’uscita.
Ormai era buio e la carrozza, ferma davanti al portone,
era in attesa. Le due donne salirono velocemente e
si fecero portare via. Mentre si allontanavano Aglaia
si abbandonò fra le braccia della sua fedele amica
e si lasciò cullare come una bambina. Nel silenzio
della notte si udivano solo gli zoccoli dei cavalli.
Quando arrivarono a casa di Bellezza, poco fuori
Filacciano, trovarono la porta ancora aperta. Aglaia
scese dalla carrozza ed entrò; fece portare dentro
le sue cose e diede ordine ad Albrecht e ai due servitori
di sistemarsi nella stalla.
La casa era composta da tre stanze, nella più piccola
vi era il letto ed un armadio, la stanza centrale
era quella più ampia e vi si trovavano un tavolo,
alcuni sgabelli, una sedia e gli arredi della cucina
disposti a semicerchio intorno al fuoco. La terza
stanza era chiusa da una porta pesante. Porzia non
credette ai propri occhi quando, entrandovi, si ritrovò
di fronte ad una specie di magazzino pieno di vasi
ed alambicchi, di bizzarre boccette di vetro, di molti
recipienti dalle forme e dai colori più disparati
e di parecchi setacci sui quali erano state appoggiate
erbe e foglie da far essiccare.
L’odore che si respirava era forte ed acre ma, stranamente,
non disturbava anzi sembrava invitare ad entrare.
Porzia rimase qualche istante ad osservare la sua
padrona che pareva trovarsi perfettamente a suo agio
fra tutte quelle stranezze.
- Guarda! Verbena, menta, ricino, belladonna, mandragola,
aloe, achillea, cicuta… Mia madre ha sempre avuto
la capacità di riconoscere le erbe e di saperle utilizzare.
Sai, credo che abbia imparato quest’arte dai frati
dell’abbazia di San Paolo dove ha trascorso un periodo
da giovane. Ha insegnato qualcosa anche a me, ma non
sono mai riuscita a preparare pozioni come lei! Non
è meraviglioso?! … Perché me l’hanno portata via,
perché…?!
Aglaia si appoggiò ad un lungo bancone sul quale erano
un’infinità di cose e, finalmente, riuscì a piangere.
Piangeva sommessamente poi, prese a singhiozzare.
Era la prima volta che Porzia vedeva la sua padrona
in quello stato. Le si avvicinò, cercò di farla rialzare
per accompagnarla a letto. Era stata una giornata
pesante ed aveva bisogno di riposare. Quando la toccò
per aiutarla sentì un brivido; capì che la sua padrona
voleva farle un dono.
Mentre l’aiutava a spogliarsi si rese conto che quella
svestizione era un cerimoniale.
Le vesti scivolarono via lentamente e Aglaia rimase
in piedi, nuda, nella penombra davanti al fuoco. Porzia
era immobile, incantata a fissare la sua signora.
La luce che veniva dal camino illuminava quel corpo
chiaro, liscio e morbido, fragile all’apparenza, sul
quale il continuo movimento delle ombre create dalle
fiamme sembrava dipingere parole antiche e misteriose.
Aglaia chiese che le fosse portato uno specchio. Porzia
si diresse nella stanza delle erbe dove aveva creduto
di vederne alcuni ed infatti ne trovò più di uno.
- Quello grande – le gridò la sua padrona – quello
dentro la cornice di legno dorato!
Sollevando lo specchio Porzia provò una strana sensazione
e non volle guardarci dentro. Aveva sempre amato gli
specchi, da bambina si rifletteva ovunque, nei vetri,
nelle pozzanghere lungo la strada, nell’acqua del
catino, negli argenti che sua madre puliva quando
era a servizio dei Colonna… Ma in quel momento non
ebbe il coraggio di osservare la propria immagine
riflessa col timore di scoprire qualcosa che non le
sarebbe piaciuto.
Arrivata nella stanza la sua signora le fece cenno
di appoggiare lo specchio sul muro di fronte al fuoco
dove aveva gettato qualche erba che bruciando profumava
l’aria intorpidendo i sensi. Aglaia si pose con le
spalle al fuoco e, bisbigliò alcune parole poi, fissò
a lungo lo specchio. Dopo alcuni brevi interminabili
momenti si accasciò a terra stremata.
Porzia non disse una parola, le appoggiò un mantello
di lana sulle spalle e si sedette accanto a lei. Da
quel giorno avrebbe cominciato ad imparare cose che
prima non avrebbe potuto nemmeno immaginare.
Aglaia si appoggiò sul letto di sua madre ma dormì
pochissimo. Era molto presto quando si alzò e si diresse
nella stanza in cui sua madre teneva le sue cose e
che lei, fin da piccola, aveva soprannominato la «stanza
delle erbe». Quando Porzia si svegliò e la raggiunse
per aiutarla, Aglaia aveva già impacchettato parecchio
materiale. Bisognava che tutte quelle erbe e quegli
oggetti non venissero distrutti o sequestrati dalle
autorità ed era necessario fare in fretta: sarebbero
presto venuti a perquisire la casa. Chiusero bene
tutte le boccette contenenti le erbe essiccate e gli
infusi, avvolsero gli alambicchi e tutti gli oggetti
fragili in pesanti panni di lana riponendoli attentamente
nei due grossi bauli che Aglaia aveva portato con
sé.
Le ultime cose da portare via erano vasi di terracotta
scuri che si trovavano in un armadio in fondo alla
stanza e che Porzia non ebbe il permesso di toccare.
I due bauli che Aglaia si era portata da Roma erano
ormai così pieni che, per riporre il misterioso materiale
dell’armadio in qualcosa che fosse facilmente trasportabile,
Porzia fu costretta a svuotare la vecchia madia di
noce che si trovava in cucina.
Aglaia aveva mandato il cocchiere ed i due uomini
della scorta in paese per comprare qualche vivanda
ma la gente di Filacciano, che aveva già saputo dell’arrivo
di Aglaia, si era rifiutata di dare loro qualsiasi
cosa chiedessero. Il fornaio li aveva cacciati in
malo modo, il macellaio non aveva nemmeno alzato la
testa quando erano entrati nella sua bottega e nessuna
delle persone che avevano incontrato aveva risposto
alle loro domande. Molti non appena li vedevano cambiavano
strada, qualcuno restava immobile ad osservarli ma
nessuno rivolse loro la parola. Non furono serviti
nemmeno all’osteria.
Sconcertati ed increduli dal comportamento di quella
gente si ricordarono delle parole che Aglaia aveva
detto loro: se ci fossero stati dei problemi avrebbero
dovuto recarsi dall’ebreo.
Provarono a chiedere dove abitasse l’ebreo senza ottenere
risposta. Avevano quasi deciso di tornare indietro
quando una ragazzina, con una lunga scarmigliata chioma
rossa e due grandi occhi verdi, che stava saltando
a piedi nudi in una pozzanghera si avvicinò e sorrise
loro. Li guardava divertita e dopo averli fissati
qualche istante disse, prima che loro potessero parlare,
che la casa che cercavano era l’ultima in fondo alla
strada, quella più vicina alla boscaglia.
La casa dell’ebreo era piccola e ben tenuta, con un
piccolo giardino pieno di rose, un orto ben curato
e un vecchissimo albero di noce. Il cocchiere, Albrecht,
che serviva fedelmente Aglaia ormai da molti anni,
bussò alla porta. Gli aprì un uomo di una certa età,
ancora vigoroso con una corta barba caprina e due
vivacissimi occhi scuri. L’uomo lo fissò qualche istante
poi le sue labbra si aprirono in un accattivante sorriso.
- Benvenuti – disse con fare amichevole – non vi hanno
dato nulla, eh? Questi zotici non impareranno mai
ad accogliere gli stranieri! Venite, ho qui un cesto
già pronto, è per la piccola Aglaia, vero?
- Sì, signore – disse uno dei due uomini della scorta
– la nostra padrona ci ha detto di venire da lei se
avessimo avuto dei problemi con la gente del paese.
Ma, signore, perché nessuno ci ha voluto ascoltare,
signore?
L’ebreo allungò loro un grande cesto di vimini ricolmo
di frutta, verdura, carne, uova, pane, farina, miele
e qualche altra cosa e sorrise.
- Hanno paura di ciò che non capiscono, ma non vi
preoccupate, la piccola Aglaia, la vostra padrona,
sa come tenerli a bada. E adesso andate. Ditele che
l’aspetto.
I tre uomini tornarono in fretta verso la casa di
Bellezza e quando arrivarono, tutto era già pronto
per essere portato via. Consegnarono il cesto, caricarono
i bauli e la madia sulla carrozza e, senza aggiungere
altro, si apprestarono a ripartire per Roma.
- Sai che cosa devi fare – raccomandò Aglaia al cocchiere
– non fermarti fino a quando non sarete arrivati.
Porta tutto nel casino di campagna che sai tu e non
farne parola con nessuno. Se ti chiederanno spiegazioni
dì che nei bauli ci sono alcuni dei miei abiti. Aspetta
lì, presto verrà una giovane donna a reclamare le
mie cose. Sii fedele a lei come lo sei stato a me.
Addio.
Gli sfiorò la mano prima di rientrare in casa e guardarli
partire dalla finestra, lui fu percorso da un brivido
ma riuscì a dire:
- L’ebreo vi aspetta, signora.
Chiudendo la porta di casa pensò che di quell’uomo
dagli occhi azzurri, trasparenti come il ghiaccio,
poteva certamente fidarsi, le era fedele da sempre
e non l’avrebbe mai tradita così come non avrebbe
mai tradito nemmeno Lei...
Rimase sulla soglia ad osservare la carrozza che si
allontanava verso il sole pensando che quella era
l’ultima volta che avrebbe visto Albrecht. Era un
uomo singolare, aveva un’età indefinita che forse
si avvicinava a quella di sua madre, non parlava molto
ma osservava ogni cosa e la seguiva ad ogni passo
per essere lì a proteggerla se mai ne avesse avuto
bisogno. L’aveva conosciuto quando, una notte si era
rifugiato in casa sua per scappare dalle guardie.
Non gli aveva mai chiesto perché lo stessero cercando.
In fondo non le interessava. I suoi occhi chiari come
il ghiaccio lasciavano intravedere una grande anima
e questo le bastava.
Mentre la carrozza scompariva alla sua vista, una
figura dai contorni sfumati si avvicinava con passo
spedito.
Accanto all’uomo camminava un cavallo.
La luce del pomeriggio era molto forte ed Aglaia riconobbe
chi fosse l’uomo che si dirigeva verso la sua casa
solo quando fu abbastanza vicino per poterne distinguere
l’andatura. Si precipitò fuori dalla porta e gli corse
incontro. Non aveva avuto tempo di farsi acconciare
ed i riflessi ramati della sua lunghissima chioma
brillavano al sole come fiammelle.
Quando finalmente lo raggiunse si perse nel suo abbraccio.
Era un uomo alto e muscoloso e la sua pelle sapeva
di buono; doveva essere forte, lo sapeva, ma con Davide
poteva lasciarsi andare, chiuse gli occhi e si lasciò
sopraffare dalle emozioni.
- Sorellina! – le sussurrò stringendola fra le braccia
– sono venuto appena ho saputo del tuo arrivo. In
paese non si parla d’altro.
Erano quasi due anni che non si vedevano e l’ultima
volta lui non aveva potuto andarla a trovare perché
la moglie glielo aveva impedito. Era pazzesco ma la
moglie di Davide, non voleva che si incontrassero,
non le aveva nemmeno fatto conoscere le sue due bambine,
tentando di cancellarla dalla loro vita. All’inizio
Aglaia aveva pensato che non volesse a causa della
sua reputazione ma poi si era resa conto che il motivo
della forte gelosia della cognata erano quell’amore
fraterno e quella profonda comprensione che li univa
e che lei non sarebbe mai riuscita ad avere.
Davide e Aglaia non erano fratelli carnali ma la loro
sintonia era sempre stata così assoluta ed incondizionata
da farli sembrare addirittura gemelli. Aglaia non
aveva mai visto le sue nipoti ma Bellezza le aveva
raccontato che la prima era in tutto uguale a sua
madre mentre la seconda, per qualche misterioso e
straordinario evento, assomigliava incredibilmente
proprio a lei, aveva gli stessi capelli rosso fiammante,
gli stessi larghi occhi verdi e quando qualcosa la
irritava assumeva la sua stessa espressione imbronciata.
Davide l’abbracciò così forte che quasi le tolse il
respiro.
- So che sei già stata alla Rocca – le disse dolcemente
– spero tu sia riuscita a vederla. Ho mandato qualcuno
ad avvertirti appena l’hanno portata via; sapevo saresti
venuta immediatamente.
Aglaia alzò la testa e lo guardò con gli occhi velati
di lacrime. Sembrava una bambina.
- Ti ho portato Chirone – le sussurrò sciogliendola
lentamente dal suo abbraccio – da quando te ne sei
andata nessuno è riuscito a montarlo, nemmeno io.
Un giorno lo stavo strigliando quando è entrata nella
stalla Caterina e il cavallo si è immediatamente girato
verso di lei. Si sono osservati a vicenda qualche
istante poi, mia figlia mi ha chiesto di aiutarla
a montarlo. Avevo paura che la disarcionasse e non
volevo che lo cavalcasse ma qualcosa mi spingeva a
lasciarla fare. Non volle la sella e quando gli salì
in groppa Chirone non si mosse. Lo accarezzò sul collo
proprio come fai tu e da allora è il suo cavallo.
Ma quando le ho detto che te lo avrei portato non
ha protestato.
Aglaia accarezzò il cavallo che sembrò risponderle
abbassando il muso verso la sua spalla.
- Chirone non è un cavallo come gli altri, dovresti
saperlo. E’ importante che l’abbia riconosciuta.
Aglaia accarezzava il suo cavallo con una delicatezza
ed un’attenzione che facevano pensare alle coccole
per un bimbo.
- L’hanno portata via come la peggiore delle lamie
– le disse Davide destandola dai ricordi che le affollavano
la mente e il cuore – l’hanno accusata di compiere
malefici e di uccidere bambini, voglio chiedere al
luogotenente di darmi copia degli atti che hanno compilato
contro di lei. Ho imparato a leggere, sai, e a far
di conto.
Era come svegliarsi all’improvviso e ritrovarsi in
una realtà del tutto simile a quell’incubo che si
pensava di poter allontanare con la veglia. Aglaia
era come stordita ma sapeva di dover fare qualcosa.
Chissà, forse qualcuna delle sue molte conoscenze
avrebbe potuto aiutarla, forse era ancora in tempo
perché non si avverasse la profezia che aveva visto
nello specchio, forse sarebbe riuscita a salvarla.
D’un tratto si ricordò il libro di sua madre. Era
il libro che raccoglieva tutta la conoscenza delle
donne che l’avevano preceduta ed ora avrebbe dovuto
averlo lei per conservarlo fino a quando non ci fosse
stato qualcuno in grado di proseguire il loro cammino.
- Sai dove la mamma ha nascosto il Grimorio? – chiese
improvvisamente a Davide – ho fatto portare vie le
sue cose ma non sono riuscita a trovarlo.
Era l’unico dei suoi quattro fratelli, oltre ad Alessandro,
il primogenito, con il quale poteva parlare liberamente
di queste cose. Gli altri due non erano mai stati
istruiti nell’arte della conoscenza delle erbe e dei
molti segreti che la loro madre custodiva; Bellezza
diceva che non avrebbero compreso e che avrebbero
sfruttato le loro capacità per fare del male.
Non tutti avevano lo stesso padre…
Davide scosse la testa.
- No, non so dove l’abbia messo. Sai bene che l’ho
visto soltanto una volta e che non ho mai potuto toccarlo.
Il libro è destinato a te, alla sua unica figlia,
e non può essere passato ad un uomo. Chiedi al tuo
cuore di trovarlo per te: è il solo modo.