Elisabetta allo specchio.
La societá é
di scena.
e-book 2008
INDICE
download
e-book
PREMESSA
Antonio:
I hold the world but as the world, Graziano
A stage where every man must play a part,
And mine is a sad one.
W. Shakespeare, The Merchant of Venice, act I scene
I.
Rinascimento. Questa parola evoca l’età di
rottura con la vecchia tradizione medioevale, quell’età
che dà inizio a ciò che si è soliti chiamare mondo moderno.
In questi termini il mondo moderno rappresenta la nascita
di una nuova società basata su regole diverse da quelle
tradizionali, che muta e si riorganizza in ogni campo e
a tutti i livelli. Muta la concezione dell’uomo, si trasforma
in parte il rapporto con la religione, cambia la struttura
sociale ed economica degli Stati e si modifica l’organizzazione
politica che si adatta alle nuove esigenze ed alle nuove
spinte innovatrici. Ed è a questo periodo che l’analisi
storico-politica pensa quando ricerca le radici sulle quali
si formò la monarchia di tipo assolutistico che, come è
noto, avrà tanta fortuna in tutta Europa nei due secoli
successivi.
Rinascimento inteso dunque anche come età infantile
dell’assolutismo monarchico, sostenuto e fatto fiorire da
uomini di cultura a tutto tondo, da religiosi che si ribellano
al potere papale o da sovrani che possono vantare domini
su cui non tramonta mai il sole. Tutti costoro possono forse
essere inseriti nel grande scenario della evoluzione storica,
come attori principali di un grande impianto teatrale messo
in piedi, esattamente come accadeva per i morality plays
della tradizione medioevale, appositamente per insegnare
qualcosa, per istruire quel bimbo che si affaccia
con gli occhi sgranati su questo mondo nuovo in rapidissima
trasformazione. La superstizione e l’oscurantismo dell’età
precedente vengono derisi forse anche per essere esorcizzati
sebbene non scompaiano i simboli che avevano caratterizzato
l’età medioevale e che ora sembrano rinnovarsi e prepararsi
ad una grandiosa mise en scène.
Riflettendo su questi aspetti ci si rende conto che molte
sono le tracce ed altrettanti gli indizi che consentono
di ampliare il nostro campo visivo nel tentativo di creare
una visione quadridimensionale che, così come in un anacronistico
quadro cubista, possa simultaneamente illustrarci gli avvenimenti
ed i fatti storici dal maggior numero di punti di vista
possibili.
Uno di questi punti di vista potrebbe essere ad esempio,
quello di cercare di osservare i fatti affidandoci ai documenti
ed alle tradizionali fonti storiche. Ma i documenti conservati
negli archivi e nelle biblioteche, pur essendo strumenti
insostituibili per la ricerca storica, crediamo possano
essere integrati dall’analisi della produzione letteraria
del periodo. La letteratura è parte della storia ed essa
sempre, direttamente o indirettamente, racconta qualcosa
di più reale ed importante di se stessa (1) rivelando il
contesto sociale, politico ed ideologico percepito dall’autore.
Inoltre, così come le immagini dell’arte che «possono aiutare
i posteri a sintonizzarsi con la sensibilità collettiva
di un’epoca passata» (2) anche il teatro va considerato
alla stregua di uno specchio della società in cui il drammaturgo
vive ed opera. Il parallelo fra teatro e arte visiva ci
permette di affermare che, così come per le immagini artistiche,
anche i testi teatrali «non danno accesso direttamente al
mondo sociale, bensì alla visione che di quel mondo hanno
i contemporanei: il punto di vista maschile sulle donne,
il punto di vista dei ceti medi sui contadini, il punto
di vista dei civili sulla guerra e così via» (3). Lo storico
che studia questa antica ed allo stesso tempo innovativa
fonte deve allora investigare su questi testi proprio come
farebbe su un documento d’archivio facendo attenzione ai
più piccoli dettagli, annotando anche le assenze, per utilizzare
ogni più piccolo indizio come fosse, appunto, una prova
storica.
È proprio in quest’ottica che intendiamo avvicinarci alla
letteratura del teatro intesa non solo come divertimento,
ma soprattutto come strumento di insegnamento, di propaganda
o di polemica nei confronti dell’ordine stabilito. È in
quest’ottica che intendiamo dunque analizzare proprio quei
testi letterari conosciuti dal grande pubblico di quei tempi
sebbene fosse, per la maggior parte, analfabeta. Analizzeremo
i testi teatrali cercando in essi l’immagine riflessa della
storia a confermare l’interpretazione che dei fatti daremo.
Il tramite del nostro studio sarà perciò il palcoscenico
con le sue sottigliezze e le sue allegorie nel tentativo
di riscoprirvi frammenti di storia e, forse, di vita.
Il tempo cioè il periodo storico cui ci dedicheremo
sarà quello a cavallo fra il XVI ed il XVII secolo, momento
in cui – lo risottolineamo – lo stato assoluto europeo getta
le sue basi; lo spazio, quello dell’Inghilterra;
l’azione quella della storia e dei drammi che la
riflettono, mentre il punto di vista sarà quello di uno
dei più grandi drammaturghi di tutti i tempi: William Shakespeare.
Cercheremo dunque di rispettare le unità aristoteliche di
tempo, spazio ed azione limitando il tempo a quello delle
pièces teatrali, restringendo lo spazio a quello
della scena e considerando lo svolgersi del racconto come
azione con valenza prettamente storica.
Marc Bloch diceva che la storia è la scienza degli uomini
nel tempo e che «la diversità delle testimonianze storiche
è quasi infinita. Tutto ciò che l’uomo dice o scrive, tutto
ciò che costruisce e che tocca, può e deve fornire informazioni
su di lui» (4), ed è proprio questo l’approccio che abbiamo
pensato di utilizzare per procedere nel nostro studio.
Il teatro, proprio come la pittura, ci consente infatti
di immaginare il passato in maniera più vivida e, per dirla
con Peter Burke, entrambi ci sembrano rappresentare «un
genere di prova storica di grande importanza dal momento
che costituiscono delle testimonianze oculari» (5).
(1) Cfr. Christopher Pye, The Regal Phantasm, Routledge,
London and New York 1990, p.7.
(2) Peter Burke, Testimoni Oculari. Il significato storico
delle immagini, Carocci, 2002, p.37.
(3) Ivi, p.217.
(4) Marc Bloch, Apologia della Storia, Einaudi, Torino 1950,
pp.70-71.
(5) P. Burke, op. cit., p.1.